mercoledì 29 settembre 2010

La causa.

Una piccola stanza, in penombra.
Un tavolo ed una sedia posti al centro.
Alberto sedeva sulla sedia in compagnia di un uomo, Nicola. L’atteggiamento di quest’ultimo era aggressivo, molto più del solito, era sposato da due anni ormai e aveva un figlio piccolo, molto piccolo. Il suo lavoro gli dava la carica giusta per affrontare la vita, faceva il poliziotto e acciuffare criminali era sempre stata la sua passione. Alberto, invece, non aveva alcuna relazione sentimentale, viveva a casa dei suoi genitori ed era disoccupato. I suoi lo mantenevano da sempre e lo avrebbero fatto per molto altro tempo ancora; passava le sue giornate mangiando e dormendo, nulla di più, nulla di meno. Nicola e Alberto avevano un conto in sospeso da risolvere e Nicola sapeva che questa volta sarebbe riuscito nel proprio intento.
« È già da un mese che ripetiamo sempre la stessa scena, Alberto » disse Nicola con tono fermo, poi continuò « facciamola finita, parla e forse ti lascerò andare ». Alberto lo guardò e non rispose.
« Per quanto vuoi andare avanti così? Dimmi il nome di quella donna, come si chiama? » e gli mostrò una foto, « È inutile fingere indifferenza, siamo in possesso di prove che vi mettono in relazione. Sappiamo già tutto, abbiamo solo bisogno di una tua conferma, poi sarai libero ». Alberto continuò imperterrito a mantenere il proprio silenzio, non capiva proprio cosa volesse sapere.
« Vuoi giocare, eh? Vuoi fare il duro, Alberto? Vuoi giocare con me? D’accordo! » Si voltò un momento a pensare, decise di provare a intimidirlo. « Bene, non vuoi collaborare con le buone, allora lo farai con le cattive » Nicola prese un martello e poi il primo oggetto che gli capitò tra le mani.
« La vedi questa? La vedi? » Alberto guardò perplesso il poliziotto.
« Non sei cieco, certo che la vedi…» esclamò, poi poggiò l’oggetto sul tavolo, « vedi questo martello? Può frantumare qualunque cosa, qui lo utilizziamo per altri motivi, ma sarà ottimo anche per estorcerti l’informazione che cerco ».
Prese il martello e colpì con impeto la paperella di gomma che aveva trovato in tasca, era di suo figlio, il quale adorava quella paperella, ma lui l’avrebbe distrutta. Nulla era più importante della causa, nulla. Durante l’impatto la paperella emise uno strano fischio, il solito emesso da questo genere di giocattoli. Alberto davanti a quel ridicolo spettacolo iniziò a ridere, ridere di gusto.
« Non riderai tanto, dopo che avrò sostituito la paperella con la tua mano. Ho anche una tronchese, posso farti molto male. In realtà ho un’intera cassetta degli attrezzi nell’altra stanza, se vuoi vado a prenderla… » Alberto non rispose, lo guardò con occhio stanco, cominciava ad avere sonno, poi sbadigliò.
« Hai sonno? Anche io, nell’ultimo mese non ho dormito due ore di fila a causa tua, mi privi del sonno e della compagnia di mia moglie, ma riuscirò a farti parlare ». Nicola si faceva sempre più violento e aggressivo.
« Parla! Come si chiama quella donna? Giuro su Dio che dopo ti lascerò andare », Alberto non resisteva più. Aveva ricevuto troppe violenze psicologiche negli ultimi tempi. Decise di dare un taglio a tutta questa storia e improvvisamente esclamò:
« Ma-mma »
Un sorriso enorme apparve sul volto di Nicola.
« Lucia, ci sono riuscito. Alberto ha detto la sua prima parola! ».




martedì 31 agosto 2010

Ispirazione

Consumò velocemente la propria cena. Erano gli avanzi del pranzo, non aveva voglia di cucinare. La sua serata sarebbe stata noiosa, si sedette al proprio PC provando a scrivere qualcosa, ma niente. Aprì il frigorifero, prese una birra e la consumò. La lasciò lì, vicino al computer. Poi accese la tv e trascorse così la sua serata.

Era sola in casa, erano le due del mattino. Non riusciva proprio a dormire, forse era il caldo o il ronzio delle zanzare a non farle prendere sonno, i suoi sensi erano acuiti. Riusciva a sentire ogni singolo rumore intorno a lei e tutto quell’impercettibile frastuono le rimbombava nelle orecchie, come se una tempesta le stesse distruggendo la casa. Era una notte davvero insonne, stava provando ad addormentarsi da due ore oramai ed era stanca di stare sdraiata a letto, senza nulla da fare; così decise di alzarsi, sedersi al suo amato PC portatile e provare a buttare giù qualche rigo per il suo nuovo romanzo. Non riusciva a pensare a nulla, le venivano in mente tante frasi da poter inserire in un contesto, ma niente che potesse darle l’idea di una trama. Tentò lo stesso di pensare a qualcosa di brillante da poter sviluppare, ma l’ispirazione non è un interruttore da poter premere a comando. Pensò allora di andare a prendere una boccata d’aria nel terrazzino di casa sua, magari l’avrebbe aiutata ad ossigenare per bene il suo corpo. Aprì la porta.
I suoi sensi erano ancora molto all’erta, una cosa davvero inusuale; non le era mai successo di essere così sensibile ai suoni. La porta che, infatti, solitamente creava un lieve cigolio nell’atto di aprirsi, le diede la sensazione dello stridìo delle unghie contro una lavagna. Le venne la pelle d’oca e pensò che davvero le avrebbe fatto bene. Non appena si sedette sulla sdraio nella terrazza, sentì una sensazione di freschezza pervaderle il corpo e uno strano odore di dopobarba, pungente, si diffuse nell’aria. Come poteva essere possibile? Era sola in casa e se anche qualcuno del vicinato fosse stato sveglio, che motivo avrebbe avuto di usare il dopobarba alle due del mattino? E, soprattutto, come avrebbe potuto raggiungerla quell’odore? Rimase perplessa, ma attribuì tutto ciò alla stanchezza, in fondo non riusciva a dormire da ben tre giorni. Non sapeva bene a cosa imputare la sua difficoltà nel lasciarsi andare tra le braccia di Morfeo, forse era solo colpa dello stress.
Aveva pubblicato il suo primo libro un anno prima, riuscì a vendere moltissime copie in tutto il mondo, era una giovane promessa nel mondo della scrittura; ma da quando il suo ragazzo era partito non era più riuscita a dare forma a nulla. Che fosse lui la sua fonte di ispirazione? Ancora se lo chiedeva, molto probabilmente sì. Joe, l’amore della sua vita era dovuto andare in Giappone per questioni di affari. Era già successo prima di allora, ma stavolta la sua lontananza le pesava più del solito; sapeva che sarebbe stata l’ultima volta, non capiva bene perché lo credeva, ma era così. Ci credeva fermamente, però avere questa certezza le metteva addosso una tristezza che mai aveva provato in vita sua. Ma perché? Lei lo amava, lo amava da sempre e immaginare la propria vita insieme a lui la rendeva davvero felice, era l’unica cosa che la aiutava a superare la mestizia che la distanza da lui le metteva in cuore. Ma allora perché, perché era così triste al pensiero che quello sarebbe stato l’ultimo viaggio di Joe?

Mentre era assorta nei propri pensieri, un rumore la distolse. Le gelò il sangue nelle vene, rimase immobile ad ascoltare per accertarsi che ciò che stava sentendo era vero. Le sue orecchie non sbagliavano, qualcuno stava aprendo la porta di casa. Chi poteva essere? Nessuno, tranne lei e Joe, possedeva le chiavi di quell’appartamento e non poteva certamente essere lui, il suo rientro era previsto molto più in là nel tempo. Rientrò frettolosamente in casa, spense il computer che aveva lasciato acceso, afferrò la bottiglia di birra accanto al computer e si nascose. Non sapeva ancora bene cosa avrebbe fatto con quella, ma sperava di poterla usare per difendersi.
La porta si aprì completamente. Era tutto buio, ma dallo specchio riuscì a scorgere una figura alta stagliarsi al centro dell’entrata. Illuminò tutta la stanza per una frazione di secondo, come aveva fatto? Non importava per il momento, sperava solo che non si accorgesse di lei. Come poteva difendersi con una bottiglia di birra vuota? Sentì i passi di quell’uomo avvicinarsi sempre più, la paura le fece sfuggire un piccolo gemito. Si mise subito una mano sulla bocca come a voler soffocare il suono che ormai l’aveva tradita, ma forse lui non aveva sentito nulla. Lo vide uscire qualcosa dalla tasca, premette un pulsante e una luce blu illuminò nuovamente la stanza per poco tempo. Cosa era? Un taser? Cosa stava succedendo? E chi era quell’uomo?
Ormai era vicinissimo, sentì di nuovo quello strano odore di dopobarba, “allora proveniva da lui” pensò immediatamente. Non era Joe, non era il suo profumo, lo avrebbe riconosciuto; così in preda al panico non fu in grado di controllare il proprio corpo, si scagliò con forza contro l’uomo che era entrato di soppiatto in casa sua. Lo colpì violentemente alla testa una prima volta, ci fu una colluttazione, l’intruso cercò di difendersi, ma lei lo colpì una seconda volta alla testa e poi una terza e una quarta, finché quell’uomo non smise di dimenarsi. Accese la luce, vide un rivolo di sangue scendere giù dalla testa dell’intruso, esaminò meglio e la moquette era completamente insanguinata. Lo aveva ucciso, aveva ucciso un essere umano con una bottiglia. Lo voltò per accertarsi che avesse ancora polso, avrebbe potuto chiamare i soccorsi e poi la legge si sarebbe occupata di lui, ma non appena quel corpo senza vita fu completamente a viso scoperto, ciò che vide la fece trasalire e, con il terrore negli occhi, si lasciò sfuggire un lamento – Aris, sei tu – controllò immediatamente la mano – un cellulare, non era un taser, era il tuo cellulare…- cadde improvvisamente a terra, aveva appena ucciso suo fratello. Si ricordò solo in quel momento che la settimana prima gli aveva dato una copia delle chiavi di casa per le emergenze. Era entrata in uno stato catatonico, rimase immobile sperando che fosse solo un sogno, sperando che fosse solo un orribile sogno. Come aveva potuto non riconoscerlo? E ora? Si sarebbe dovuta costituire, l’avrebbero arrestata, ma questo significava rinunciare alla sua vita insieme a Joe. Nulla le importava più di avere il suo lieto fine con Joe, così decise di seppellire il cadavere, nessuno lo avrebbe scoperto mai. Chi sarebbe andato a scavare nel suo giardino? Proprio così, aveva un giardinetto dietro casa. Si armò di tutto il necessario e iniziò a scavare, impiegò due ore per seppellire il corpo, dopodiché strappò via tutta la moquette insanguinata e la bruciò, nessuno si accorse di nulla fortunatamente, infine decise di andare a lavarsi. Entrò dentro la doccia e improvvisamente iniziò a sentirsi intorpidita, era forse colpa della fatica? Cercò di resistere, ma le mani presero a formicolarle finché non ne perse completamente la sensibilità, lo stesso accadde alle gambe. Cercò di risvegliarle, ma cadde a terra nell’impossibilità di sorreggersi. Cosa stava succedendo? Chiuse per un momento gli occhi.

Si ritrovò supina sul letto, era immobile. Non riusciva a muovere un singolo muscolo del proprio corpo, cercò di aprire gli occhi. Con fatica ci riuscì, la vista era offuscata. Riuscì a intravedere una figura nella stanza, stava trafficando con degli strani arnesi. Impiegò un po’ di tempo per rendersi bene conto della situazione, ad un tratto si ricordò di quanto fosse successo e improvvisamente chiese – Aris? – o perlomeno ci provò, aveva appena mugugnato qualcosa di incomprensibile. Il suo aggressore si avvicinò, la guardò con sguardo torvo e la annusò, poi le disse – Non aver paura, non ti farò del male. L’importante è che non ti dimeni, ma come potresti? Ti ho immobilizzata. Sei così bella. Ti ricordi di me? Certo che no! Come potresti… una giovane ragazza come te, con un’arte sopraffina nella scrittura, come potrebbe dare retta ad uno dei suoi tanti fan? Speravo di poter essere speciale per te, che sciocco sono stato. Credevo di poter essere la tua ispirazione, ma tu non mi hai degnato di uno sguardo, sei passata oltre e sei andata via distruggendo tutti i miei sogni. Ma ora diventerò per forza la tua ispirazione. Non chiedermi come, però ho scoperto che non riesci più a scrivere, il tuo ragazzo è lontano e tu… tu non riesci più a pensare a nulla. Beh, eccomi. Sono venuto a salvarti, sarò la tua grande ispirazione. Non aver paura, sono qui per te, per aiutarti. Ne avremo tutti e due un utile. Tu riprenderai a scrivere e io sarò diventato per sempre la tua ispirazione. Non opporre resistenza o potrebbe diventare spiacevole. – detto questo, la baciò.
Lei riuscì finalmente ad articolare il nome di suo fratello, il nome del fratello che per errore aveva ucciso. Stava iniziando a chiedersi se fosse tutto vero, così con le poche forze che aveva riacquistato chiese – Aris? Dov’è Aris? -. Quello strano uomo si adirò – Sei qui con me e chiedi di un altro? Sei proprio un’insensibile Cleo, io ti sto offrendo un’incredibile opportunità e tu la stai rifiutando. Non è educato, mi obblighi ad utilizzare le maniere forti – afferrò un taser e poi disse – non costringermi ad usarlo nuovamente, farebbe molto male – poi sogghignò.
«Da quanto sono in questo stato?» chiese Cleo.
«Una ventina di minuti, perdonami se ti ho dato una scossa, ma avresti opposto resistenza e non potevo permettermi errori. Scusami anche se ti ho sedata, però una volta sveglia avresti reagito e questo avrebbe mandato tutto a monte. Mi capisci, vero? »
«Certo, ti capisco - assecondarlo era l’unica maniera per non farlo arrabbiare, cercò di prendere tempo - perdonami, non avevo capito quanto ci tenessi a me. Scusa se non ho capito la generosità del tuo gesto. Ti prego non mi sedare più, prometto che non reagirò. Te lo giuro, farò ciò che mi dirai, tu dici che puoi aiutarmi. Apprezzo molto tutto ciò. Ora sono io che chiedo il tuo aiuto, per favore non mi sedare, così potremo fare tutto con spontaneità. Che ne dici? ». Parve soddisfatto, sentiva il proprio ego appagato. Finalmente Cleo aveva riconosciuto la sua grande importanza nella propria vita. Decise così di lasciare che si riprendesse, dopotutto aveva chiesto il suo aiuto, non poteva rifiutarsi. Bene – disse – mi fa piacere che tu abbia capito e che mi abbia chiesto di aiutarti, non te ne pentirai, cerca solo di non fare scherzi – le mostrò il taser – può fare molto più male se aumento la carica.
Cleo iniziò ad assecondarlo in tutto e per tutto, almeno finché non fu in grado di muoversi. Non appena riprese il possesso del proprio corpo, si sedette compostamente sul letto e, mentre il suo aggressore andava a chiudere la porta, prese un penna che teneva sul comodino. Era una stilografica che teneva nel caso in cui la notte le fosse venuta qualche idea geniale da appuntare. La nascose nella manica del pigiama. Per un attimo ripensò ad Aris, era sollevata al pensiero di non averlo ucciso, era tutta un’allucinazione, solo un brutto sogno dettato dai narcotici che le circolavano nel sangue. Ritornò in sé nel momento in cui quell’imponente figura le si avvicinò. Come ti chiami? – gli chiese – Nicla – rispose l’uomo – mi fa piacere che stia cercando di metterti a tuo agio, non ti farò male, non aver paura, ti ridarò l’ispirazione.
Le si avvicinò come per baciarla, credeva che avere un rapporto carnale con lei avrebbe risvegliato i suoi sensi. Sosteneva che la mancanza di ispirazione dipendesse da un’infelicità di fondo, un’insoddisfazione affettiva e fisica a cui solo lui avrebbe potuto porre rimedio. Amandola avrebbe dato una scossa emotiva così forte alla giovane scrittrice, da indurla a riprendere la propria vena poetica e sognatrice.
Nicla le si avvicinò lentamente. Era impaziente di baciarla, ma voleva godersi l’attimo. Nel momento in cui si trovava più vicino possibile al volto di lei, con uno scatto felino Cleo estrasse la penna dalla manica e gliela conficcò nell’occhio, lo spinse via con tutte le forze che aveva in corpo e, mentre lui si contorceva dal dolore, cercò di aprire la porta per scappare, ma era chiusa a chiave; tornò indietro, frugò nelle tasche dell’aggressore e scappò via. Era stata troppo lenta, Nicla era riuscito a resistere al dolore. La sua missione era più importante, la rincorse, la raggiunge e lottarono. Lui non riusciva a vedere bene, il sangue riduceva in parte la visibilità, ma era pur sempre più forte di lei; così la bloccò, afferrò il taser e le diede una prima scossa. Cleo era decisa a combattere, non poteva arrendersi, avrebbe significato la fine. Gettò un urlo sovrumano, tuttavia riuscì a resistere, si dimenava cercando la libertà, ma Nicla non contento le diede una seconda scossa. Cleo urlò di nuovo, non demordeva. Infine quello psicopatico, che era irrotto in casa sua nel bel mezzo della notte, decise di aumentare il voltaggio della scossa. Premette il taser contro lo stomaco di lei. Sentì una terribile scarica elettrica attraversarle tutto il corpo, ebbe delle convulsioni e urlò con quanto più fiato avesse in gola, poi perse i sensi. Capì che sarebbe morta. Ecco perché pensare che quello sarebbe stato l’ultimo viaggio di Joe la intristiva tanto, non sarebbe stata con lui per godersi il resto delle loro vita insieme.

Un grido inumano squarciò il silenzio della notte. Cleo aprì improvvisamente gli occhi, si guardò sotto il pigiama dove era stata fulminata, nessuna traccia di bruciature o di segni di colluttazione. Guardò la sveglia, segnava l’una. Era passata appena un’ora da quando era andata a dormire. Si alzò di scatto e andò a controllare la porta dell’entrata, nessun segno di effrazione o di scasso. Si guardò un attimo intorno, la porta che dava sul terrazzo era chiusa, il computer acceso, la bottiglia di birra ancora intatta. Si tranquillizzò, i suoi sensi erano pacati, i suoni non la infastidivano. Così capì.
Era stato un sogno, tutto solo un sogno. Suo fratello era ancora vivo e nessuno l’aveva drogata o colpita. Era rimasta sola per tutta l’ora, nulla di tutto ciò che l’aveva terrorizzata era vero, un’unica cosa era vera. L’ispirazione. Aveva ritrovato la propria ispirazione. Sollevata per il fatto che tutto fosse stato una finzione, si sedette al proprio PC e iniziò a scrivere la storia che aveva sognato. Forse il suo cervello l’aveva indotta a fare quell’incubo per donarle ciò che da un po’ aveva smarrito. Il suo subconscio le aveva causato tutta quella sofferenza per risvegliare i suoi “sensi”, un po’ sadico ma efficace.
E poi dicono che sognare fa male.

sabato 31 luglio 2010

C'est la Vie

«Ehi, amico, sei nuovo da queste parti?»
«Dici a me?»
«Dico a te.»
«Sì, sono nuovo. Sono arrivato da qualche giorno.»
«E dimmi, ti piace stare qui?»
«Mah, insomma. È un posto tranquillo, troppo tranquillo»
«Già, hai ragione. Non c’è niente da fare qui. Di tanto in tanto vediamo passare qualche cacciatore, ma non ci guardano nemmeno, vanno alla ricerca di selvaggina! Sai, il nostro passatempo preferito è guardare le foglie, quando soffia il vento che le sposta qui e lì. Potrebbe sembrarti noioso, ma per dei vegetali come noi è già qualcosa. Non è l’ideale vivere in mezzo al bosco, soprattutto quando piove. Siamo troppo esposti; però, per fortuna, abbiamo i nostri cappelli che ci proteggono dalle intemperie…»
«Ehi attento tu quando cammini! Mi hai colpito al gambo, è l’unico che ho… come tutti qui del resto, fai attenzione!»
«Quante volte te lo devo dire? Non si dice gambo, ma gamba»
«È uno solo quindi gambo»
«Te l’ho detto un sacco di volte: quando sono due si chiamano gambe, quando è una, come nel nostro caso, si chiama GAMBA e non gambo»
«Sì ma io sono un maschio perciò dico gambo, nuovo diglielo anche tu…»
«Non lo so, non so come si dice dalle vostre parti e non sono mai stato con i miei, non sono mai andato nemmeno a scuola. I miei vivevano in campagna perciò…»
«Lascialo perdere, è matto! Ci siamo ritrovati qui insieme, ma secondo me mentre seguiva il vento ha sbattuto da qualche parte, insomma si nota anche dal suo cappello, è rotto»
«Capisco»

«»
«»

«Allora? Cos’è questo silenzio? Presentagli tutti, no?»
«Oh sì, buona idea! Vediamo, da chi possiamo cominciare… Come avrai notato non siamo tanti, però non si vive male. Dunque, quel gruppetto laggiù non sappiamo chi sia. Stanno qui da sempre, la classica famigliola, niente di che. Quello lì grosso e raggrinzito è il vecchio del gruppo, ma dorme sempre e quello accanto a lui, beh lascialo perdere: è velenoso! Nessuno lo vuole mai. Da quando vivo qui ho visto tanti essere prelevati, ma lui no. La gente lo capisce al volo e lo lascia dov’è, le persone che gli hanno portato via i parenti sono finite in ospedale, erano tutti troppo velenosi. Una caratteristica di famiglia, non li digerisce mai nessuno, un incubo. Si capisce, però, perché quelli come lui portano cappelli diversi dai nostri. A proposito, ti piace il mio? L’ho ereditato da mio padre, ne vado fiero! Mio padre lo ha ereditato a sua volta da suo padre, mio nonno. Tutti quelli della mia famiglia hanno sempre avuto lo stesso cappello. Comunque torniamo a noi. Quello lì, senza gambe né braccia, quello innanzi tutto è sfortunato. Voglio dire, noi siamo vegetali e non abbiamo le braccia, ma almeno conserviamo una gamba…»
«Gambo, si dice gambo»
«… sì sì va bene sottospecie di pazzoide, ad ogni modo guardalo, non ha neppure uno schifosissimo cappello. Tutti abbiamo il cappello, lui nemmeno quello e continua a dire di essere nobile. Si nasconde dietro un mucchietto di foglie per non farsi vedere e la gente lo adora, letteralmente. Non sto scherzando, li cercano ovunque quelli del suo genere, è assurdo.»
«Guarda che ti sento, sono vicino e ti sento. Io sono veramente nobile e la gente che mi cerca fa una fortuna, se riesce a trovarmi. La verità, caro amico mio, è che ti scartano sempre tutti, ti guardano e dicono “ non te ne fai niente di questi, non sono buoni nemmeno per friggere”. Sei solo invidioso»
«Oh oh, invidioso, che ridere! Almeno ho vita più lunga di te…»

«Woff woff, sniff sniff, woff woff»
«Ha trovato qualcosa, seguimi»

«C’è un cane, dove sono le foglie?»
«No no no no no, viene verso di me. Accidenti! Non mi posso muovere. Ti prego cane non mi fare niente, non mi sbranare sono ancora giovane. Prendi lui, prendi quello col cappello bianco e la punta marrone, tanto non lo vuole mai nessuno, prendi lui, non mancherà a nessuno! Ho paura, non voglio guardare, qualcuno mi aiuti, AIUTO!»
«Chi vuoi che ti aiuti, non viene mai nessuno. Ogni volta la stessa scena, urli, piangi, ti disperi e poi rimani sempre qui a criticare tutto e tutti»
«Sta zitto e dammi una mano piuttosto»
«Come vuoi che faccia? Sono nella tua stessa condizione, non mi posso muovere nemmeno io. Posso parlare con il cane, ma tanto cosa vuoi che capisca. È solo uno stupidissimo cane. Calmati!»
«Oddio no, oddio. Mi sta leccando il cappello, lasciami stare il cappello ti prego. È l’unica cosa che ho di mio padre, per favore lascialo stare, ti imploro!»

«»
«»
«Oh si allontana, grazie a Dio, grazie gra- oh no, si avvicina di nuovo»

«Ehi, vieni qui. Ha trovato davvero qualcosa, era nascosto in mezzo alle foglie.»

«Oh per fortuna, era un cane da tartufo»
«E ora? »
«E ora cosa? Che vuoi farci, siamo funghi di bosco, abbiamo vita breve. C’est la vie»

venerdì 9 luglio 2010

Bianco

01/03/2010
Ebbene sì. Sono ufficialmente depresso. Sono qui da sei mesi ormai. Sto sempre rintanato in un cantuccio della casa, al buio. Una desolazione infinita mi circonda, sono solo qui. Non uscirò prima di due mesi e dopo... giungerà la mia fine: sarò inutile. Rimarrò solo un ricordo impresso in poche foto e nella labile memoria delle persone. Mi sento solo, tanto solo. Di tanto in tanto odo il suono della sua voce, quella sua dolce e melodiosa voce. A volte entra nella stanza, si avvicina a me e mi guarda, mi osserva, mi scruta ed io sento i suoi occhi, i suoi splendidi occhi su di me. Mi accarezza dolcemente, mi abbraccia energicamente, sorride felice di avermi tra le sue braccia ed io, al contatto con il suo corpo, con la sua morbida pelle, desidero stare adagiato su di lei, tranquillo... Desidero ardentemente adempiere al mio dovere: ovvero renderla felice, felicissima! Ma questo dura poco, perchè lei se ne va e mi lascia di nuovo lì, nella mia desolazione. Dopo aver provato quella gioia, sento maggiormente la tristezza e ripenso alla mia vita.
Sono stato creato per uno scopo, sono uscito dalla sartoria di mia madre, sapete, sono figlio di una sarta, mio padre invece... beh, non ho un padre. Dopo essere uscito di casa, ho avuto il mio debutto in società come modello,in un negozio. Giorno dopo giorno stavo in quella vetrina; ero costantemente esposto alla gente. Molte volte le ragazze si fermavano, mi desideravano: lo vedevo, ma non potevano avermi e così passavano oltre.
Poi è arrivata lei e mi ha portato qui. Mi ha reso felice perchè mi ha dato finalmente una vera ragione di vita, mi ha dato modo di rendermi utile, anche se solo per una volta. Avrò un solo giorno di gloria, una sola possibilità di esprimermi, puro e candido come sono. Mi preparo da sempre per quel giorno, ma una volta giunto la mia esistenza non avrà più un senso... Tuttavia sarò forte e me ne farò una ragione.

01/ 05/2010
Il giorno è giunto. Il mio unico giorno di gloria, ho un po' di paura, ma affonterò tutto questo per lei, perchè la renderò felice, percorrendo la navata insieme a lei... a loro. Sì, lo farò per il suo bene. Le dimostrerò quanto valgo, sarà bellissima grazie a me e tutti la guarderanno come fosse un angelo. Mi sacrificherò per lei. La mia fine si avvicina, affronterò tutto questo per lei.

02/05/2010
La giornata è finita e lei ieri mi ha lasciato nuovamente nel mio angolino. Tornerà qualche volta a guardarmi, ad accarezzarmi e ad abbracciarmi, ma con un sorriso nostaglico e nulla più. Ora sono davvero inutile: la mia vita è finita...
...Aspetta, forse no, forse non è del tutto finita. Potrebbe divorziare e risposarsi, e potrei nuovamente tornarle utile. Sì, potrei di nuovo avere uno scopo! Oh, no... aspetta, ne comprerebbe uno nuovo, comprerebbe un vestito da sposa nuovo e... e... e allora.... sarebbe davvero finita. Beh, prendiamola con filosofia, nel frattempo mi rigirerò i pollici, o meglio, le maniche!

giovedì 11 febbraio 2010

Alla deriva

Eran tanti, non troppi, tutti riuniti in quella singolare stanza, la cui struttura era stata ideata dalla madre dell'eccellentissima ingegner Natura, ingegnere pure lei.
Eran minuti e spiccava ognuno per la propria intrinseca peculiarità, non importava il loro nome, piuttosto la loro identità. Ma, comunque, aveva ognuno un appellativo.
Il primo fra tutti era Timidino, se ne stava in un cantuccio sperando di non esser visto. Con uno solo parlava, il quale accanto a lui era incatenato come una bestia, che con ferocia cercava la libertà.
« Sta fermo lì, dove sei, per favore, - supplicò tutto arrossito Timidino - Non attirare troppo l'attenzione o mi vedranno. Il mio compito è tenerti a bada...»
Poco più in là, risiedeva un altro tipo: Insicuro. Non sapeva se parlare o stare lì, fermo al suo posto. Ma un altro più deciso lo spinse, così Insicuro cadde su Timidino.
« Perdonami - disse a quel punto Insicuro - ma non sapevo se venire a farti compagnia o rimanere solo lì, in disparte. Poi, Deciso mi ha spinto e sono caduto su di te... Vedo che sei in difficoltà, ma chi è questo scalmanato?»
« Lui è il mio antagonista per antonomasia - rispose Timidino con tono sommesso - lo chiamano tutti Egocentrico, non mi vuole dare ascolto. Vuole sempre dire la sua. Non so più come fare...»
« Potrei darti aiuto io - disse allora Insicuro, ma poi soggiunse - o forse no, non lo so. Tu che dici? Oh, mannaggia a me, non riesco mai a prendere una decisione e il mio compare non mi aiuta mica. Se ne sta per i fattacci suoi, a dormire. E se qualcuno chiede di Deciso, devo sempre rispondere io...»
I due stettero lì a fare amicizia, tanto che poi divennero inseparabili.
Più in là si sentiva, invece, un certo fragore. Eran gli schiamazzi di Ilarità. Si trovava in compagnia di Coordinazione ed era proprio lui la causa di tanto divertimento. Coordinazione stava infatti cercando di eseguire alcuni movimenti, ma proprio non riusciva e più non ci riusciva più si innervosiva, finchè non sopportò più il suono di tante risa e con Violenza lo picchiò e poi lo strangolò. Con Ostinazione, Coordinazione continuò a provare ma non raggiungendo il suo obiettivo, iniziò a sbattersi la testa contro un muro, fino a diventare Pazzo! Da quel momento in poi cominciò a girare su sè stesso, vaneggiando: « Destra! Sinistra! Destra e sinistra! Ma come si fa?!?! Aaaaaaa... Giro giro tondo, sotto il mondo c'è una capra sotto la panca di un palazzo con un cane pazzo... » Tanto aveva perso il senno che non era più in grado di coordinare le parole tra loro. Nessuno lo cercò più e chi lo fece, invano lo fè.
In una zona un po' più stramba e periferica vi era Fisico, il quale distinguevasi dagli altri per gli interessi scientifici. Questo non significava, però, che riusciva ad accettare i precetti della scienza. Fece, infatti, una brutta fine. Appresa la nozione della forza di gravità, con Ostinazione ( il quale non aveva più da fare dopo aver importunato Coordinazione) volle provare a sfidarne l'esistenza. Così, un giorno, salì sul punto più alto del tetto della stanza (la cui forma era caratterizzata da strane sporgenze) e saltò giù, credendo di poter volare, ma con suo grande stupore si schiantò. Non morì, ma rimase un vegetale, non volle più imparare e Ostinazione lo abbandonò.
In un antro più isolato si era stabilito Letterato. Sedeva ad una scrivania, sommerso di libri di grammatica e dizionari di italiano tanto che sembrava non esistere più, se non fosse per gli interventi che di tanto in tanto andava facendo. Gli faceva compagnia Pedante, questo gli portava all'attenzione gli errori grammaticali altrui e lo sollecitava a puntualizzare e a correggere. Ma nessuno lo disturbava mai.
Da un'altra parte, sostava Nervoso. Era sempre pronto a dar contro a tutti, ma Atarassia lo teneva a bada. Lo tratteneva con delle redini e ogni qual volta Nervoso, con la bava alla bocca, inveiva e sbraitava, Atarassia lo riprendeva dicendo: « Ehilà, stai calmo se non vuoi andare a fare compagnia ad Egocentrico nella gabbia.». Allorchè Nervoso rispondeva adirato: « Abbiamo l'angioletto, sempre pronto a redarguire tu! Ma fatti un po' di cavolacci tuoi... ». I due andavano avanti per ore a battibeccare, ma alla fine, nella maggior parte dei casi, ad avere la meglio era Atarassia, tranne una o due volte al mese.
C'eran due, invece, che allegramente giravano a braccetto. Erano Ironia e Banale. Ironia non era tanto bravo a scegliere le amicizie e un giorno aveva, purtroppo, incontrato Banale. Ironia amava scherzare e fare battute di spirito, prontamente rovinate da Banale che non sapeva stare zitto. Quest'ultimo veniva sempre preso in giro non solo dagli altri conviventi, ma anche da Ironia stesso, al quale fu poi affibiato il pre-nomen Auto. Nonostante Banale, però, si sentisse preso in giro, sempre su sollecitazione di Ostinazione, continuava a parlare e parlare e parlare; ma Forza d'Animo e suo fratello Ottimismo, lo risollevavano ogni qual volta si mortificava. L'unica cosa buona che Ostinazione faceva era sostenere i due fratelli, i quali mandavano, in maggior numero, avanti la baracca. Tutto questo marasma diede, però fastidio a qualcuno tanto che ad un certo punto una voce risuonò e si propagò nella stanza, creando un Eco.
La voce tuonò: « Dio, che mal di testa, maledetti neuroni. E fermatevi un momento, mi avete fatto venire l'emicrania!!!».