Bastarono due ore di vessazione psicologica perché si convincesse ad affrontarlo.
In cuor suo sapeva che era una pessima idea, ma ormai lo aveva detto. Provò a tirarsi indietro, però non c’era nulla che potesse fare. Glielo aveva promesso.
Così si prese di coraggio e, Lei e il suo ragazzo, si diressero verso la loro meta.
Cosa le faceva provare così tanta paura? Le urla, la vista e soprattutto l’attesa.
Non sapeva esattamente a cosa stava andando incontro, ma poteva immaginarlo. Riusciva a immaginarlo alla perfezione, e Lui non le facilitava le cose. Infieriva anzi con vivide descrizioni di ciò avrebbe provato, sentito e visto. Erano appena arrivati, ma c’era da aspettare. Una lunga fila di persone attendeva per provare la stessa identica sensazione di terrore. Lei aveva sempre pensato che dentro ogni singolo essere umano si celasse una certa dose di masochismo, ma quella ne era la prova più palese. Si rendeva conto che anche il suo, in quella situazione, era entrato in movimento. La fila scorreva lenta, tuttavia ad ogni passo che i due compivano il battito del suo cuore accelerava. Si avvicinava inesorabilmente verso l’obiettivo. Dalla sua posizione poteva vedere lo svolgersi dell’azione. Aveva visto da vicino tre o quattro gruppi, di circa quindici persone ognuno, affrontare con spirito impavido la prova. Non tutti reagivano allo stesso modo, ma alla fine tutti erano elettrizzati, e alcuni lo erano a tal punto da voler ripetere l’esperienza. Sebbene alla fine di essa nessuno fosse rimasto ferito o avesse avuto una reazione eccessiva, nulla di tutto ciò sembrava tranquillizzare Lei. Perché lo stava facendo dunque? Per Lui. Avevano pattuito che se avesse accettato di fare questa esperienza, Lui gliene avrebbe risparmiata una peggiore. La fila continuava ad accorciarsi e a scorrere davanti a Lei, le emozioni diventavano più intense. Era rimasta una dozzina di persone davanti a loro, Lei aveva già tentato più e più volte di dissuaderlo, ma più tentava più le venivano i sensi di colpa.
“E perché mai?” vi chiederete voi. Lui era incredibilmente abile con le parole, la conosceva così bene da sapere dove e come colpire e Lei cadeva ogni volta vittima, seppur consapevole, delle strategie di Lui. Era il loro turno, si disposero ordinatamente dietro delle transenne. Attesero per un brevissimo lasso di tempo l’arrivo della vettura. Quest’ultima era grande e robusta, aveva cinque file da quattro posti ognuna. S’incamminarono per salire su di essa e mentre si appropinquavano sempre più, Lei iniziò a sentirsi davvero male. Il cuore le batteva a una velocità inverosimile, il respiro si faceva più affannoso, la salivazione le diminuiva sempre più mentre la bocca le diventava secca.
– Ho paura, Lui – esclamò Lei, sperando di essere tratta in salvo.
Stavano ormai sedendosi e le sensazioni si acuirono, il panico e il terrore stavano ormai prendendo possesso del suo corpo. Stava per andare in iperventilazione, era ormai seduta e la barra di sicurezza era stata fissata sopra le sue gambe. Iniziò a guardarsi intorno spaesata e spaventata – non ce la faccio, ho paura! – esclamò con voce sottile guardando Lui, che sedeva proprio alla sua sinistra.
– Scendi allora, sei ancora in tempo… – soggiunse teneramente Lui.
– Non fa niente – disse Lei, decisa a reprimere l’ondata di codardia che la stava affliggendo.
– Respira – disse Lui – tranquilla, è tutto ok. Respira lentamente – e le poggiò la mano sulla coscia.
Lei si prese di coraggio, cercò di respirare lentamente. “Respiri lenti e profondi” pensò.
La vettura iniziò a muoversi in avanti a velocità molto bassa. Entrarono all’interno di una sorta di caverna scura, si guardò in giro e scorse sulle pareti debolmente illuminate strani disegni e simboli. Una voce calda e corposa li avvertiva di cosa stavano per affrontare: una paura mai provata. Mentre la vettura avanzava, dei gelidi getti di acqua caddero sui passeggeri. Un acuto urlo si elevò da ogni fila. Tutto rendeva Lei ancora più spaventata. Percorso un breve tratto, la vettura si arrestò, girò su se stessa con un movimento fluido di centottanta gradi e si posizionò su un ascensore. Lei si sentì spiazzata da tale procedimento, non riusciva a capire cosa stesse accadendo, ma quando sollevò il capo tutto le fu chiaro. Deboli raggi di luce filtravano da una strana tenda posta in alto, resasi conto dell’incredibile altezza a cui sarebbero giunti, con un’enorme espressione di stupore guardò Lui intensamente negli occhi. Lo stupore si tramutò repentinamente in orrore. Non poteva credere, anzi non voleva credere a cosa stava per accaderle. Non aveva quasi più fiato nei polmoni, si sentiva soffocare e ancora non era arrivata la parte peggiore, mancava poco e poi… tutto sarebbe finito.
Cercò di controllare il respiro. La vettura era arrivata in cima e poi avanzò, Lei strinse con forza la barra davanti a sé, nella speranza che tale azione l’avrebbe fatta soffrire meno. Rimasero sospesi per un istante brevissimo, immediatamente la vettura si inclinò e iniziò una rapidissima discesa. Ogni singolo passeggero emise, con quanto più fiato avesse nei polmoni, un urlo misto di eccitazione e terrore. Lei esaurì rapidamente la propria riserva d’aria e per un brevissimo intervallo non riuscì a respirare, una terribile sensazione di vuoto le comprimeva lo stomaco mentre l’accelerazione tirava il suo corpo giù. Con tutta la forza che possedeva, tentò di resistere alla forza dell’attrazione gravitazionale, si rannicchiò quasi del tutto su sé stessa finché la vettura rallentò la propria corsa. Erano finalmente giunti nella zona pianeggiante. Allentò la presa delle mani, le sentiva tremare, il suo corpo sussultava.
– Se stai tremando tranquilla, è normale. Anche io tremo… – disse con voce tenera una ragazza che le sedeva accanto.
Si girò a guardare Lui e lo trovò tremante e ridente. Rideva, rideva come mai lo aveva visto ridere. Era tutto eccitato, mentre Lei era semplicemente sconvolta.
La vettura tornò alla posizione di partenza. I due scesero e si allontanarono.
Infine Lei disse – Bene, ho fatto il Jungle Splash! Non chiedermi più di fare il Kamikaze rosso, per ora con le attrazioni più spaventose abbiamo terminato! –.
sabato 6 agosto 2011
Attrazioni
Nessuna regola
Una finestra. Due finestre. Tre finestre. Una porta chiusa sulla destra.
“Devo trovare al più presto una via di fuga” pensò Simone, “devo riuscire a fuggire da qui, o sarà la fine”.
Si guardò rapidamente intorno , controllò l’altezza a cui si trovava da una delle finestre. Di saltare giù, proprio non se ne parlava. Si sarebbe sicuramente fratturato una gamba o un braccio o una qualunque altra parte del corpo.
“Troppo rischioso” si disse “non ne vale la pena”.
Cercò di trovare velocemente un’altra strada, vagliò attentamente tutte le possibilità. Poi ripensò alle regole fondamentali per la sopravvivenza, gliele aveva esposte il suo migliore amico qualche giorno prima. Era un esperto in questo campo.
Prima regola: evitare il più possibile il contatto visivo.
Seconda regola: fingere di essere impegnato, non troppo o si potrebbe destare qualche sospetto.
Terza regola: mantenere il silenzio, una qualunque parola potrebbe essere interpretata come una sfida.
Quarta regola: tentare con tutte le proprie forze di defilarsi con simulata indifferenza.
“La recitazione. La recitazione deve essere una fondamentale qualità se si vuole avere salva la vita, se si vuole resistere ad una tale tortura”.
Le parole dell’amico gli riecheggiarono nella mente. La paura, il panico, il terrore gli offuscavano i pensieri.
“Dannazione! Non riesco a ragionare, devo riuscirci. Non posso fallire, non posso”.
Continuò a considerare le opportunità. Se avesse provato ad andare via se ne sarebbero accorti tutti. Quest’ipotesi era da scartare.
“Come posso fare? Come?” continuava a rimuginarci su. L’attesa era la cosa peggiore, temeva di sentir pronunciare il proprio nome.
“Simone devi mantenere la calma!” ripeteva a sé stesso “Riuscirai a cavartela, sii forte. Usa il cervello, usa il cervello”.
Fino a quel momento tutto era filato liscio, il nemico non sembrava essersi accorto di lui.
“Evitare il contatto visivo”. Guardò davanti a sé.
“Fingere di essere impegnato”. Prese un libro che si era portato dietro.
“Mantenere il silenzio”. Iniziò a leggere quasi trattenendo il respiro.
“Tentare di defilarsi con simulata indifferenza…” pensò “ Accidenti! Non posso, proprio non posso”. Guardò la porta, era troppo distante. Tornò con il capo sul libro.
Il nemico non si era ancora accorto di lui, avrebbe dovuto resistere solo pochi altri minuti e poi sarebbe stato in salvo.
“Già tre persone sono state incastrate, ne manca solo una… e speriamo che quella non sia io. La tattica sembrava funzionare”.
«Francesco Panucci» disse il nemico.
“È fatta, sono salvo!”
Ma proprio in quell’istante qualcosa andò storto e il nemico focalizzò su Simone la propria attenzione.
«Un momento, Panucci. Tu hai già dato».
Un’atroce sensazione di angoscia lo pervase e il panico gli si dipinse sul volto.
«Simone Tropea, vedo che sei molto concentrato. Perché non ne approfittiamo per fare una bella interrogazione di italiano?» chiese la professoressa.
“Accidenti!” pensò Simone.
Fu in quell’attimo che si rese conto che non esistono tattiche, non c’è mai via di scampo da un professore.
Non esiste nessuna regola.