martedì 31 agosto 2010

Ispirazione

Consumò velocemente la propria cena. Erano gli avanzi del pranzo, non aveva voglia di cucinare. La sua serata sarebbe stata noiosa, si sedette al proprio PC provando a scrivere qualcosa, ma niente. Aprì il frigorifero, prese una birra e la consumò. La lasciò lì, vicino al computer. Poi accese la tv e trascorse così la sua serata.

Era sola in casa, erano le due del mattino. Non riusciva proprio a dormire, forse era il caldo o il ronzio delle zanzare a non farle prendere sonno, i suoi sensi erano acuiti. Riusciva a sentire ogni singolo rumore intorno a lei e tutto quell’impercettibile frastuono le rimbombava nelle orecchie, come se una tempesta le stesse distruggendo la casa. Era una notte davvero insonne, stava provando ad addormentarsi da due ore oramai ed era stanca di stare sdraiata a letto, senza nulla da fare; così decise di alzarsi, sedersi al suo amato PC portatile e provare a buttare giù qualche rigo per il suo nuovo romanzo. Non riusciva a pensare a nulla, le venivano in mente tante frasi da poter inserire in un contesto, ma niente che potesse darle l’idea di una trama. Tentò lo stesso di pensare a qualcosa di brillante da poter sviluppare, ma l’ispirazione non è un interruttore da poter premere a comando. Pensò allora di andare a prendere una boccata d’aria nel terrazzino di casa sua, magari l’avrebbe aiutata ad ossigenare per bene il suo corpo. Aprì la porta.
I suoi sensi erano ancora molto all’erta, una cosa davvero inusuale; non le era mai successo di essere così sensibile ai suoni. La porta che, infatti, solitamente creava un lieve cigolio nell’atto di aprirsi, le diede la sensazione dello stridìo delle unghie contro una lavagna. Le venne la pelle d’oca e pensò che davvero le avrebbe fatto bene. Non appena si sedette sulla sdraio nella terrazza, sentì una sensazione di freschezza pervaderle il corpo e uno strano odore di dopobarba, pungente, si diffuse nell’aria. Come poteva essere possibile? Era sola in casa e se anche qualcuno del vicinato fosse stato sveglio, che motivo avrebbe avuto di usare il dopobarba alle due del mattino? E, soprattutto, come avrebbe potuto raggiungerla quell’odore? Rimase perplessa, ma attribuì tutto ciò alla stanchezza, in fondo non riusciva a dormire da ben tre giorni. Non sapeva bene a cosa imputare la sua difficoltà nel lasciarsi andare tra le braccia di Morfeo, forse era solo colpa dello stress.
Aveva pubblicato il suo primo libro un anno prima, riuscì a vendere moltissime copie in tutto il mondo, era una giovane promessa nel mondo della scrittura; ma da quando il suo ragazzo era partito non era più riuscita a dare forma a nulla. Che fosse lui la sua fonte di ispirazione? Ancora se lo chiedeva, molto probabilmente sì. Joe, l’amore della sua vita era dovuto andare in Giappone per questioni di affari. Era già successo prima di allora, ma stavolta la sua lontananza le pesava più del solito; sapeva che sarebbe stata l’ultima volta, non capiva bene perché lo credeva, ma era così. Ci credeva fermamente, però avere questa certezza le metteva addosso una tristezza che mai aveva provato in vita sua. Ma perché? Lei lo amava, lo amava da sempre e immaginare la propria vita insieme a lui la rendeva davvero felice, era l’unica cosa che la aiutava a superare la mestizia che la distanza da lui le metteva in cuore. Ma allora perché, perché era così triste al pensiero che quello sarebbe stato l’ultimo viaggio di Joe?

Mentre era assorta nei propri pensieri, un rumore la distolse. Le gelò il sangue nelle vene, rimase immobile ad ascoltare per accertarsi che ciò che stava sentendo era vero. Le sue orecchie non sbagliavano, qualcuno stava aprendo la porta di casa. Chi poteva essere? Nessuno, tranne lei e Joe, possedeva le chiavi di quell’appartamento e non poteva certamente essere lui, il suo rientro era previsto molto più in là nel tempo. Rientrò frettolosamente in casa, spense il computer che aveva lasciato acceso, afferrò la bottiglia di birra accanto al computer e si nascose. Non sapeva ancora bene cosa avrebbe fatto con quella, ma sperava di poterla usare per difendersi.
La porta si aprì completamente. Era tutto buio, ma dallo specchio riuscì a scorgere una figura alta stagliarsi al centro dell’entrata. Illuminò tutta la stanza per una frazione di secondo, come aveva fatto? Non importava per il momento, sperava solo che non si accorgesse di lei. Come poteva difendersi con una bottiglia di birra vuota? Sentì i passi di quell’uomo avvicinarsi sempre più, la paura le fece sfuggire un piccolo gemito. Si mise subito una mano sulla bocca come a voler soffocare il suono che ormai l’aveva tradita, ma forse lui non aveva sentito nulla. Lo vide uscire qualcosa dalla tasca, premette un pulsante e una luce blu illuminò nuovamente la stanza per poco tempo. Cosa era? Un taser? Cosa stava succedendo? E chi era quell’uomo?
Ormai era vicinissimo, sentì di nuovo quello strano odore di dopobarba, “allora proveniva da lui” pensò immediatamente. Non era Joe, non era il suo profumo, lo avrebbe riconosciuto; così in preda al panico non fu in grado di controllare il proprio corpo, si scagliò con forza contro l’uomo che era entrato di soppiatto in casa sua. Lo colpì violentemente alla testa una prima volta, ci fu una colluttazione, l’intruso cercò di difendersi, ma lei lo colpì una seconda volta alla testa e poi una terza e una quarta, finché quell’uomo non smise di dimenarsi. Accese la luce, vide un rivolo di sangue scendere giù dalla testa dell’intruso, esaminò meglio e la moquette era completamente insanguinata. Lo aveva ucciso, aveva ucciso un essere umano con una bottiglia. Lo voltò per accertarsi che avesse ancora polso, avrebbe potuto chiamare i soccorsi e poi la legge si sarebbe occupata di lui, ma non appena quel corpo senza vita fu completamente a viso scoperto, ciò che vide la fece trasalire e, con il terrore negli occhi, si lasciò sfuggire un lamento – Aris, sei tu – controllò immediatamente la mano – un cellulare, non era un taser, era il tuo cellulare…- cadde improvvisamente a terra, aveva appena ucciso suo fratello. Si ricordò solo in quel momento che la settimana prima gli aveva dato una copia delle chiavi di casa per le emergenze. Era entrata in uno stato catatonico, rimase immobile sperando che fosse solo un sogno, sperando che fosse solo un orribile sogno. Come aveva potuto non riconoscerlo? E ora? Si sarebbe dovuta costituire, l’avrebbero arrestata, ma questo significava rinunciare alla sua vita insieme a Joe. Nulla le importava più di avere il suo lieto fine con Joe, così decise di seppellire il cadavere, nessuno lo avrebbe scoperto mai. Chi sarebbe andato a scavare nel suo giardino? Proprio così, aveva un giardinetto dietro casa. Si armò di tutto il necessario e iniziò a scavare, impiegò due ore per seppellire il corpo, dopodiché strappò via tutta la moquette insanguinata e la bruciò, nessuno si accorse di nulla fortunatamente, infine decise di andare a lavarsi. Entrò dentro la doccia e improvvisamente iniziò a sentirsi intorpidita, era forse colpa della fatica? Cercò di resistere, ma le mani presero a formicolarle finché non ne perse completamente la sensibilità, lo stesso accadde alle gambe. Cercò di risvegliarle, ma cadde a terra nell’impossibilità di sorreggersi. Cosa stava succedendo? Chiuse per un momento gli occhi.

Si ritrovò supina sul letto, era immobile. Non riusciva a muovere un singolo muscolo del proprio corpo, cercò di aprire gli occhi. Con fatica ci riuscì, la vista era offuscata. Riuscì a intravedere una figura nella stanza, stava trafficando con degli strani arnesi. Impiegò un po’ di tempo per rendersi bene conto della situazione, ad un tratto si ricordò di quanto fosse successo e improvvisamente chiese – Aris? – o perlomeno ci provò, aveva appena mugugnato qualcosa di incomprensibile. Il suo aggressore si avvicinò, la guardò con sguardo torvo e la annusò, poi le disse – Non aver paura, non ti farò del male. L’importante è che non ti dimeni, ma come potresti? Ti ho immobilizzata. Sei così bella. Ti ricordi di me? Certo che no! Come potresti… una giovane ragazza come te, con un’arte sopraffina nella scrittura, come potrebbe dare retta ad uno dei suoi tanti fan? Speravo di poter essere speciale per te, che sciocco sono stato. Credevo di poter essere la tua ispirazione, ma tu non mi hai degnato di uno sguardo, sei passata oltre e sei andata via distruggendo tutti i miei sogni. Ma ora diventerò per forza la tua ispirazione. Non chiedermi come, però ho scoperto che non riesci più a scrivere, il tuo ragazzo è lontano e tu… tu non riesci più a pensare a nulla. Beh, eccomi. Sono venuto a salvarti, sarò la tua grande ispirazione. Non aver paura, sono qui per te, per aiutarti. Ne avremo tutti e due un utile. Tu riprenderai a scrivere e io sarò diventato per sempre la tua ispirazione. Non opporre resistenza o potrebbe diventare spiacevole. – detto questo, la baciò.
Lei riuscì finalmente ad articolare il nome di suo fratello, il nome del fratello che per errore aveva ucciso. Stava iniziando a chiedersi se fosse tutto vero, così con le poche forze che aveva riacquistato chiese – Aris? Dov’è Aris? -. Quello strano uomo si adirò – Sei qui con me e chiedi di un altro? Sei proprio un’insensibile Cleo, io ti sto offrendo un’incredibile opportunità e tu la stai rifiutando. Non è educato, mi obblighi ad utilizzare le maniere forti – afferrò un taser e poi disse – non costringermi ad usarlo nuovamente, farebbe molto male – poi sogghignò.
«Da quanto sono in questo stato?» chiese Cleo.
«Una ventina di minuti, perdonami se ti ho dato una scossa, ma avresti opposto resistenza e non potevo permettermi errori. Scusami anche se ti ho sedata, però una volta sveglia avresti reagito e questo avrebbe mandato tutto a monte. Mi capisci, vero? »
«Certo, ti capisco - assecondarlo era l’unica maniera per non farlo arrabbiare, cercò di prendere tempo - perdonami, non avevo capito quanto ci tenessi a me. Scusa se non ho capito la generosità del tuo gesto. Ti prego non mi sedare più, prometto che non reagirò. Te lo giuro, farò ciò che mi dirai, tu dici che puoi aiutarmi. Apprezzo molto tutto ciò. Ora sono io che chiedo il tuo aiuto, per favore non mi sedare, così potremo fare tutto con spontaneità. Che ne dici? ». Parve soddisfatto, sentiva il proprio ego appagato. Finalmente Cleo aveva riconosciuto la sua grande importanza nella propria vita. Decise così di lasciare che si riprendesse, dopotutto aveva chiesto il suo aiuto, non poteva rifiutarsi. Bene – disse – mi fa piacere che tu abbia capito e che mi abbia chiesto di aiutarti, non te ne pentirai, cerca solo di non fare scherzi – le mostrò il taser – può fare molto più male se aumento la carica.
Cleo iniziò ad assecondarlo in tutto e per tutto, almeno finché non fu in grado di muoversi. Non appena riprese il possesso del proprio corpo, si sedette compostamente sul letto e, mentre il suo aggressore andava a chiudere la porta, prese un penna che teneva sul comodino. Era una stilografica che teneva nel caso in cui la notte le fosse venuta qualche idea geniale da appuntare. La nascose nella manica del pigiama. Per un attimo ripensò ad Aris, era sollevata al pensiero di non averlo ucciso, era tutta un’allucinazione, solo un brutto sogno dettato dai narcotici che le circolavano nel sangue. Ritornò in sé nel momento in cui quell’imponente figura le si avvicinò. Come ti chiami? – gli chiese – Nicla – rispose l’uomo – mi fa piacere che stia cercando di metterti a tuo agio, non ti farò male, non aver paura, ti ridarò l’ispirazione.
Le si avvicinò come per baciarla, credeva che avere un rapporto carnale con lei avrebbe risvegliato i suoi sensi. Sosteneva che la mancanza di ispirazione dipendesse da un’infelicità di fondo, un’insoddisfazione affettiva e fisica a cui solo lui avrebbe potuto porre rimedio. Amandola avrebbe dato una scossa emotiva così forte alla giovane scrittrice, da indurla a riprendere la propria vena poetica e sognatrice.
Nicla le si avvicinò lentamente. Era impaziente di baciarla, ma voleva godersi l’attimo. Nel momento in cui si trovava più vicino possibile al volto di lei, con uno scatto felino Cleo estrasse la penna dalla manica e gliela conficcò nell’occhio, lo spinse via con tutte le forze che aveva in corpo e, mentre lui si contorceva dal dolore, cercò di aprire la porta per scappare, ma era chiusa a chiave; tornò indietro, frugò nelle tasche dell’aggressore e scappò via. Era stata troppo lenta, Nicla era riuscito a resistere al dolore. La sua missione era più importante, la rincorse, la raggiunge e lottarono. Lui non riusciva a vedere bene, il sangue riduceva in parte la visibilità, ma era pur sempre più forte di lei; così la bloccò, afferrò il taser e le diede una prima scossa. Cleo era decisa a combattere, non poteva arrendersi, avrebbe significato la fine. Gettò un urlo sovrumano, tuttavia riuscì a resistere, si dimenava cercando la libertà, ma Nicla non contento le diede una seconda scossa. Cleo urlò di nuovo, non demordeva. Infine quello psicopatico, che era irrotto in casa sua nel bel mezzo della notte, decise di aumentare il voltaggio della scossa. Premette il taser contro lo stomaco di lei. Sentì una terribile scarica elettrica attraversarle tutto il corpo, ebbe delle convulsioni e urlò con quanto più fiato avesse in gola, poi perse i sensi. Capì che sarebbe morta. Ecco perché pensare che quello sarebbe stato l’ultimo viaggio di Joe la intristiva tanto, non sarebbe stata con lui per godersi il resto delle loro vita insieme.

Un grido inumano squarciò il silenzio della notte. Cleo aprì improvvisamente gli occhi, si guardò sotto il pigiama dove era stata fulminata, nessuna traccia di bruciature o di segni di colluttazione. Guardò la sveglia, segnava l’una. Era passata appena un’ora da quando era andata a dormire. Si alzò di scatto e andò a controllare la porta dell’entrata, nessun segno di effrazione o di scasso. Si guardò un attimo intorno, la porta che dava sul terrazzo era chiusa, il computer acceso, la bottiglia di birra ancora intatta. Si tranquillizzò, i suoi sensi erano pacati, i suoni non la infastidivano. Così capì.
Era stato un sogno, tutto solo un sogno. Suo fratello era ancora vivo e nessuno l’aveva drogata o colpita. Era rimasta sola per tutta l’ora, nulla di tutto ciò che l’aveva terrorizzata era vero, un’unica cosa era vera. L’ispirazione. Aveva ritrovato la propria ispirazione. Sollevata per il fatto che tutto fosse stato una finzione, si sedette al proprio PC e iniziò a scrivere la storia che aveva sognato. Forse il suo cervello l’aveva indotta a fare quell’incubo per donarle ciò che da un po’ aveva smarrito. Il suo subconscio le aveva causato tutta quella sofferenza per risvegliare i suoi “sensi”, un po’ sadico ma efficace.
E poi dicono che sognare fa male.

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