Hai mai avuto voglia di piangere fino ad annegare nelle tue stesse lacrime?
Hai mai provato una sofferenza tale da volerci morire dentro?
Avrebbe significato la cessazione di ogni atrocità, che ti dilaniava il cuore e ti lacerava l’anima. La verità è che non puoi soffocarci dentro, così ti viene una gran voglia di piangere… poi ti rendi conto di aver finito le lacrime. Hai pianto tanto da aver prosciugato anche gli occhi. Ma il tuo dolore non si è ancora placato.
Cosa puoi fare?
Cosa puoi realmente fare per porvi rimedio?
Urlare! Sì, urlare può essere una soluzione. E ti viene voglia di gridare fino a graffiarti la gola, fino a perdere la voce, fino a sputare sangue e danneggiare irrimediabilmente le tue corde vocali. Sì, hai voglia di piangere e gridare, finché il male che hai dentro non sarà cessato. Solo che non è così semplice farlo smettere di pressare, di martellare, di pulsare. Ti confonde la mente, ti impedisce di respirare, di parlare, di vivere. Allora immagini di affacciarti dal balcone e dare sfogo a tutte le tue frustrazioni, ma non puoi. No, non puoi. Pensa ai vicini! Ne parlerebbero per mesi e ti farebbero ricoverare in un istituto di igiene mentale… ma cosa ne sanno loro del perché lo stai facendo? Nessuno lo sa, forse nemmeno tu.
Non puoi urlare, non dal balcone. Così ti dirigi verso il bagno, riempi il lavandino di acqua fredda, immergi il viso e dai sfogo a tutti i tuoi sentimenti. Inizi a urlare come non hai mai fatto in vita tua, urli. Urli come un ossesso, urli come nessuno potrebbe urlare e nessuno può sentirti, perché sei solo in casa e l’acqua attutisce il suono. Quando ritieni di averlo fatto abbastanza, ti asciughi il viso. Ti guardi allo specchio, ma nulla è ancora cambiato. A quanto pare urlare non ti è servito a molto. Il senso di frustrazione cresce e vorresti piangere, ma piangere davvero. Così continui a guardarti e ti sforzi per far uscire le lacrime, ma niente. Non vogliono saperne. Pensi che se riuscissi a farne uscire una, anche una soltanto, quelle continuerebbero spontaneamente ad avanzare una dopo l’altra.
Niente.
Fai spallucce e ti dici “Sarà per un’altra volta”. Ma il dolore non è ancora andato via.
In preda alla disperazione cerchi un modo per liberarti della sofferenza, ma non riesci proprio a capire come. Allora continui ad andare avanti con la tua vita. Poi, però, ti viene una sorta di illuminazione… dormendo passeresti buona parte della giornata in un mondo che non è il tuo. Ti rifugi in un mondo di sogni in cui le cose vanno per il verso giusto, in cui non ti senti solo, in cui non hai problemi economici né sociali, in cui hai un lavoro meraviglioso, in cui hai qualcuno che ti ama e una famiglia su cui contare. Così, semplicemente dormi, e sprechi pomeriggi interi nella dolcezza dell’illusione.
Ad un certo punto, però, il tuo corpo non ne può più di dormire e ti catapulta di nuovo nella tua realtà ed è allora che il dolore si acuisce, perché ti rendi conto che quel mondo da te tanto amato è solo una favola, un’illusione pronta a sgretolarsi di fronte alla solidità della realtà. Non sai più cosa fare, hai provato tutto ciò che rientrava nelle tue possibilità. Decidi allora di imparare a conviverci, convincendoti che forse è l’unico modo per sentirne meno il peso. Prosegui per la tua strada, il tempo passa e il dolore non si affievolisce e ti viene un’altra “fantastica” idea: rinnegarlo. Se non ammetti di avere un problema, non hai nulla da affrontare, perciò se non ammetti di soffrire non hai nulla da cui guarire. Trovi un posto nel tuo cuore in cui rinchiudere il dolore e fingi di non sentirlo, finché non funziona davvero. Hai veramente smesso di stare male, ma la cosa in breve tempo degenera e diventi indifferente verso molto più di quanto avresti desiderato. Vieni sopraffatto da un senso di disinteresse, quasi apatia. A questo punto ti spaventi, perché non sai più cosa ne sarà di te e inizi a chiederti “Riuscirò mai a provare qualcosa di bello? Riuscirò mai a risvegliarmi?”. Ci ragioni su e arriva un giorno in cui ti infastidisci tremendamente per una stupidaggine, hai un’improvvisa epifania e realizzi che la sofferenza è molto più furba di quel che si crede. È riuscita, infatti, a trovare un modo per sedimentarsi sempre più in te, per lasciarti tranquillo per un po’ e tornare poi più forte di prima. È pronta ad esplodere quando meno te lo aspetti; ma ormai ti trovi in quello stato di sofferente indifferenza e non sai più come uscirne. E tutto quello che non riesci a esprimere sedimenta dentro di te e raggiungi il livello di saturazione, ma una serie di eventi particolari aggiunge materiale e tutto precipita verso il fondo; e tu, incapace di opporti, precipiti con esso. Sprofondi, sprofondi, sprofondi sempre più, finché non trovi la speranza; finché non trovi lei che ti raccoglie dall’abisso, ti prende per mano e ti dice “Ehi, il mondo è meraviglioso e mi preoccuperò di fartelo conoscere!”.
Inizia così un nuovo capitolo della tua vita, ti senti rinascere. Hai finalmente la consapevolezza che qualcuno ti ama profondamente e non perché cresciuto da sempre con te. Capisci di valere molto più di quel che credessi, il mondo inizia davvero a sembrarti un posto meraviglioso in cui vivere.
Giorno dopo giorno fai nuove esperienze insieme a lei, accumuli ricordi. Ricordi che ti fanno sentire bene, che ti fanno sentire vivo e ti nutri di essi. La cosa va avanti per molto, molto tempo e pensi, finalmente, che niente e nessuno potrà mai farti del male. Ma hai trascurato un dettaglio di fondamentale importanza, cosa faresti se tutto questo finisse? La domanda ti sembra quasi stupida, ti ripeti che non finirà, che tutto andrà per il meglio, che durerà in eterno quasi come se fosse una favola. Vivi ormai di speranza. Prima o poi, però, giunge il giorno in cui devi fare i conti con la vita reale, che non si pone affatto problemi nel ricordarti che le più grandi speranze sono quasi tutte vane.
Ti svegli una mattina, con il sorriso sulle labbra, felice per tutto quello che sei riuscito ad ottenere, felice per tutti i bei ricordi che hai accumulato e per tutti quelli che hai ancora da accumulare ed è proprio all’apice della felicità che la vita decide di agire. È quasi come se provasse un gusto sadico nel toglierti ciò che ti fa stare bene nel momento in cui ti fa stare più bene.
Ti svegli una mattina, con il sorriso sulle labbra, credendo di vivere un altro splendido giorno e invece la realtà in cui hai vissuto negli ultimi due anni viene distrutta, così accumuli un altro ricordo. Il peggiore che avresti mai potuto avere.
Cosa mi è capitato? Lei mi ha lasciato, mi ha detto che non mi amava più da tempo ormai e io ho avuto la consapevolezza di aver vissuto per troppo tempo di illusioni, credevo di stare vivendo la più grande storia d’amore di tutti i tempi. Lo stesso amore che mi aveva salvato dal baratro, mi stava ora uccidendo.
Il dolore, quel dolore pulsante, martellante e pressante di un tempo, era tornato alla riscossa più forte che mai. Capisci allora che la vita non ti piace, ti sei stancato di subire. Non vuoi più sottometterti ai suoi capricci, il dolore è troppo intenso e non puoi più sopportarlo.
Decidi di agire, ma come puoi agire? Qualunque gesto tu compia per fare un passo in avanti, la vita riuscirà a rivoltartelo contro costringendoti a farne uno indietro.
Ti rendi definitivamente conto che l’unico modo per impedire alla vita di farti del male è rinnegarla.
Se la rinneghi, se le impedisci di continuare a rinnovarsi in te giorno dopo giorno, non potrà più ferirti.
“È un atto sconsiderato!” direte voi, “È la disperazione che parla, non farti sopraffare!”. Io credo che la vera scelleratezza sia continuare ad assecondare una vita di cui non possiamo essere padroni.
“La vita ce la costruiamo noi, con le nostre scelte”, mi è stato detto tante di quelle volte! Mi sono accorto, però, che nella vita non basta scegliere perché i tuoi desideri diventino realtà. Certe volte per quanto tu possa sforzarti di realizzare qualcosa, il fato ti è avverso e non c’è proprio modo di combatterlo. Allora perché combattere se non si può vincere? È solo un dispendio di energie.
Il mio atto “sconsiderato e scellerato” è il mio modo per oppormi al crudele gioco che tutti chiamate vita.
Sappiate che non muoio triste, solo e sconsolato.
Non muoio disperato.
Muoio nella speranza di far cessare il dolore.
Se c’è una cosa che ho imparato è che l’uomo vive e muore di speranza.
lunedì 21 novembre 2011
Dolce speranza.
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