lunedì 21 novembre 2011

Dolce speranza.

Hai mai avuto voglia di piangere fino ad annegare nelle tue stesse lacrime?
Hai mai provato una sofferenza tale da volerci morire dentro?
Avrebbe significato la cessazione di ogni atrocità, che ti dilaniava il cuore e ti lacerava l’anima. La verità è che non puoi soffocarci dentro, così ti viene una gran voglia di piangere… poi ti rendi conto di aver finito le lacrime. Hai pianto tanto da aver prosciugato anche gli occhi. Ma il tuo dolore non si è ancora placato.
Cosa puoi fare?
Cosa puoi realmente fare per porvi rimedio?
Urlare! Sì, urlare può essere una soluzione. E ti viene voglia di gridare fino a graffiarti la gola, fino a perdere la voce, fino a sputare sangue e danneggiare irrimediabilmente le tue corde vocali. Sì, hai voglia di piangere e gridare, finché il male che hai dentro non sarà cessato. Solo che non è così semplice farlo smettere di pressare, di martellare, di pulsare. Ti confonde la mente, ti impedisce di respirare, di parlare, di vivere. Allora immagini di affacciarti dal balcone e dare sfogo a tutte le tue frustrazioni, ma non puoi. No, non puoi. Pensa ai vicini! Ne parlerebbero per mesi e ti farebbero ricoverare in un istituto di igiene mentale… ma cosa ne sanno loro del perché lo stai facendo? Nessuno lo sa, forse nemmeno tu.
Non puoi urlare, non dal balcone. Così ti dirigi verso il bagno, riempi il lavandino di acqua fredda, immergi il viso e dai sfogo a tutti i tuoi sentimenti. Inizi a urlare come non hai mai fatto in vita tua, urli. Urli come un ossesso, urli come nessuno potrebbe urlare e nessuno può sentirti, perché sei solo in casa e l’acqua attutisce il suono. Quando ritieni di averlo fatto abbastanza, ti asciughi il viso. Ti guardi allo specchio, ma nulla è ancora cambiato. A quanto pare urlare non ti è servito a molto. Il senso di frustrazione cresce e vorresti piangere, ma piangere davvero. Così continui a guardarti e ti sforzi per far uscire le lacrime, ma niente. Non vogliono saperne. Pensi che se riuscissi a farne uscire una, anche una soltanto, quelle continuerebbero spontaneamente ad avanzare una dopo l’altra.
Niente.
Fai spallucce e ti dici “Sarà per un’altra volta”. Ma il dolore non è ancora andato via.
In preda alla disperazione cerchi un modo per liberarti della sofferenza, ma non riesci proprio a capire come. Allora continui ad andare avanti con la tua vita. Poi, però, ti viene una sorta di illuminazione… dormendo passeresti buona parte della giornata in un mondo che non è il tuo. Ti rifugi in un mondo di sogni in cui le cose vanno per il verso giusto, in cui non ti senti solo, in cui non hai problemi economici né sociali, in cui hai un lavoro meraviglioso, in cui hai qualcuno che ti ama e una famiglia su cui contare. Così, semplicemente dormi, e sprechi pomeriggi interi nella dolcezza dell’illusione.
Ad un certo punto, però, il tuo corpo non ne può più di dormire e ti catapulta di nuovo nella tua realtà ed è allora che il dolore si acuisce, perché ti rendi conto che quel mondo da te tanto amato è solo una favola, un’illusione pronta a sgretolarsi di fronte alla solidità della realtà. Non sai più cosa fare, hai provato tutto ciò che rientrava nelle tue possibilità. Decidi allora di imparare a conviverci, convincendoti che forse è l’unico modo per sentirne meno il peso. Prosegui per la tua strada, il tempo passa e il dolore non si affievolisce e ti viene un’altra “fantastica” idea: rinnegarlo. Se non ammetti di avere un problema, non hai nulla da affrontare, perciò se non ammetti di soffrire non hai nulla da cui guarire. Trovi un posto nel tuo cuore in cui rinchiudere il dolore e fingi di non sentirlo, finché non funziona davvero. Hai veramente smesso di stare male, ma la cosa in breve tempo degenera e diventi indifferente verso molto più di quanto avresti desiderato. Vieni sopraffatto da un senso di disinteresse, quasi apatia. A questo punto ti spaventi, perché non sai più cosa ne sarà di te e inizi a chiederti “Riuscirò mai a provare qualcosa di bello? Riuscirò mai a risvegliarmi?”. Ci ragioni su e arriva un giorno in cui ti infastidisci tremendamente per una stupidaggine, hai un’improvvisa epifania e realizzi che la sofferenza è molto più furba di quel che si crede. È riuscita, infatti, a trovare un modo per sedimentarsi sempre più in te, per lasciarti tranquillo per un po’ e tornare poi più forte di prima. È pronta ad esplodere quando meno te lo aspetti; ma ormai ti trovi in quello stato di sofferente indifferenza e non sai più come uscirne. E tutto quello che non riesci a esprimere sedimenta dentro di te e raggiungi il livello di saturazione, ma una serie di eventi particolari aggiunge materiale e tutto precipita verso il fondo; e tu, incapace di opporti, precipiti con esso. Sprofondi, sprofondi, sprofondi sempre più, finché non trovi la speranza; finché non trovi lei che ti raccoglie dall’abisso, ti prende per mano e ti dice “Ehi, il mondo è meraviglioso e mi preoccuperò di fartelo conoscere!”.
Inizia così un nuovo capitolo della tua vita, ti senti rinascere. Hai finalmente la consapevolezza che qualcuno ti ama profondamente e non perché cresciuto da sempre con te. Capisci di valere molto più di quel che credessi, il mondo inizia davvero a sembrarti un posto meraviglioso in cui vivere.
Giorno dopo giorno fai nuove esperienze insieme a lei, accumuli ricordi. Ricordi che ti fanno sentire bene, che ti fanno sentire vivo e ti nutri di essi. La cosa va avanti per molto, molto tempo e pensi, finalmente, che niente e nessuno potrà mai farti del male. Ma hai trascurato un dettaglio di fondamentale importanza, cosa faresti se tutto questo finisse? La domanda ti sembra quasi stupida, ti ripeti che non finirà, che tutto andrà per il meglio, che durerà in eterno quasi come se fosse una favola. Vivi ormai di speranza. Prima o poi, però, giunge il giorno in cui devi fare i conti con la vita reale, che non si pone affatto problemi nel ricordarti che le più grandi speranze sono quasi tutte vane.
Ti svegli una mattina, con il sorriso sulle labbra, felice per tutto quello che sei riuscito ad ottenere, felice per tutti i bei ricordi che hai accumulato e per tutti quelli che hai ancora da accumulare ed è proprio all’apice della felicità che la vita decide di agire. È quasi come se provasse un gusto sadico nel toglierti ciò che ti fa stare bene nel momento in cui ti fa stare più bene.
Ti svegli una mattina, con il sorriso sulle labbra, credendo di vivere un altro splendido giorno e invece la realtà in cui hai vissuto negli ultimi due anni viene distrutta, così accumuli un altro ricordo. Il peggiore che avresti mai potuto avere.
Cosa mi è capitato? Lei mi ha lasciato, mi ha detto che non mi amava più da tempo ormai e io ho avuto la consapevolezza di aver vissuto per troppo tempo di illusioni, credevo di stare vivendo la più grande storia d’amore di tutti i tempi. Lo stesso amore che mi aveva salvato dal baratro, mi stava ora uccidendo.
Il dolore, quel dolore pulsante, martellante e pressante di un tempo, era tornato alla riscossa più forte che mai. Capisci allora che la vita non ti piace, ti sei stancato di subire. Non vuoi più sottometterti ai suoi capricci, il dolore è troppo intenso e non puoi più sopportarlo.
Decidi di agire, ma come puoi agire? Qualunque gesto tu compia per fare un passo in avanti, la vita riuscirà a rivoltartelo contro costringendoti a farne uno indietro.
Ti rendi definitivamente conto che l’unico modo per impedire alla vita di farti del male è rinnegarla.
Se la rinneghi, se le impedisci di continuare a rinnovarsi in te giorno dopo giorno, non potrà più ferirti.
“È un atto sconsiderato!” direte voi, “È la disperazione che parla, non farti sopraffare!”. Io credo che la vera scelleratezza sia continuare ad assecondare una vita di cui non possiamo essere padroni.
“La vita ce la costruiamo noi, con le nostre scelte”, mi è stato detto tante di quelle volte! Mi sono accorto, però, che nella vita non basta scegliere perché i tuoi desideri diventino realtà. Certe volte per quanto tu possa sforzarti di realizzare qualcosa, il fato ti è avverso e non c’è proprio modo di combatterlo. Allora perché combattere se non si può vincere? È solo un dispendio di energie.
Il mio atto “sconsiderato e scellerato” è il mio modo per oppormi al crudele gioco che tutti chiamate vita.
Sappiate che non muoio triste, solo e sconsolato.
Non muoio disperato.
Muoio nella speranza di far cessare il dolore.
Se c’è una cosa che ho imparato è che l’uomo vive e muore di speranza.

martedì 20 settembre 2011

Confessioni

NO! NON DI NUOVO! NOO!

Ecco, lo sapevo. Sapevo che sarebbe successo ancora, continua ad accadere.
La mia Francesca, la mia povera Francesca tradita così. No, non posso perdonarmi. Non posso! Ma come potevo fare per evitarlo? Cosa potevo fare? Nulla… sono indifeso contro tutti, ma lei si fida di me. Si fida… e io non posso garantirle alcuna sicurezza. È una ragazza così dolce, fragile. Se sapesse mi butterebbe via come carta straccia e anche in quel caso non potrei fare nulla, non potrei difendermi, non potrei spiegarle come stanno le cose.
Ho un solo compito e non riesco nemmeno a portarlo a termine correttamente, sono inutile. Farebbe bene a buttarmi via, almeno finirebbe questo mio dolore.
Lei si confida con me da quando era piccina, era solo una bambina. Aveva compiuto sette anni ed era una ragazzina vivace, felice e tanto, tanto dolce. Ora è cresciuta, è diventata un’adolescente e mi racconta tutti i suoi segreti. Non ha amici.
La sua vita non è stata tanto facile. Fino all’età di otto anni aveva una famiglia meravigliosa.
Suo padre Giorgio era un avvocato e, nonostante lavorasse duramente tutti i giorni, la sera quando tornava a casa giocava sempre con lei. Era un padre amorevole e lei si sentiva protetta e al sicuro.
Sua madre invece era la “regina del castello”,chiamava così la sua mamma. Alessandra era la regina e Francesca la principessa. Ciò che faceva Alessandra tutto il giorno era mantenere il regno pulito e ordinato. Preparava ogni giorno deliziosi pasti per la principessa e per il re, e giocava tanto con la principessa. Passavano moltissimo tempo insieme.
Francesca adorava la sua mamma e il suo papà, ma un giorno, mentre rincasavano da una gita di famiglia, ebbero un grave incidente. Ebbero uno scontro frontale violento e la macchina si accartocciò. Lei fu l’unica superstite, riuscì a cavarsela con poche lesioni, ma aveva perso tutta la sua famiglia. Io ero a casa ad aspettarla, quando tornò dall’ospedale con la zia per prendere tutti i suoi effetti personali venne prima da me. La zia prendeva i vestiti e nel frattempo lei iniziò a inondarmi di lacrime. “Perché?” mi chiedeva, “Perché proprio a me? Sono forse stata una bambina cattiva? Mi sei rimasto solo tu, sei il mio unico amico. La zia non mi vuole con sé, avrebbe preferito se fossi morta con mamma e papà e i miei cugini sono cattivi con me. Mi hanno sempre presa in giro, mi rubano tutte le cose. Non voglio andare con loro… ti prego salvami.”
Fu il momento peggiore della mia esistenza, ero inerte. Non potevo fare niente, non potevo abbracciarla, non potevo baciarla, coccolarla, non potevo nemmeno parlarle. Potevo solo sentire ciò che mi diceva, potevo sentirlo su di me. Potevo solo sentire il suo dolore.
La vita proseguì lenta e triste a casa di sua zia. Si era trasferita in un’altra città, aveva dovuto abbandonare i suoi amici, la sua scuola e la sua vecchia vita.
Negli anni cercò di adattarsi, ma non le riuscì tanto bene. Non si sentiva accettata, tutti la conoscevano come la “ragazza che ha perso i genitori”. La guardavano con pietà e tutto questo le dava enormemente fastidio. Il suo unico conforto ero io. Alla fine della giornata veniva da me e mi raccontava tutto quello che le era successo e nonostante tutta questa solitudine è la ragazza più dolce che conosca. So tutto di lei, non mi nasconde niente ed è proprio per questo che ho sempre cercato di esserle fedele.
Ho tentato in tutti modi, ho tentato davvero, ma inutilmente. Ho i miei sistemi, ma sono riusciti ad aggirare anche quelli e lei non si è mai accorta di nulla, e se anche io volessi confessarglielo non potrei. Però giuro, non è colpa mia. Io non posso davvero fare nulla.
Di solito sono lì, tranquillo, al mio posto e loro arrivano in silenzio per non farsi scoprire, mi afferrano con forza e mi profanano, loro non capiscono il male che mi fanno, il male che fanno a Francesca. Per loro sono un libro aperto, che si lascia sfuggire le confessioni di una tenera ragazza.
Per loro sono solo un libro aperto. Sono solo un misero diario segreto, ed è vero.
Sono un diario segreto, ma ho delle emozioni. Sono tutte scritte lì e loro le profanano. All’inizio non avevo un’anima, ma Francesca me l’ha data. Sono un’estensione della sua persona e posso sentire dolore.
Posso sentire le loro risate ferirmi.
Posso sentire ciò che prova Francesca quando la deridono.
Posso sentire tutte le sue emozioni. Ma cosa posso fare io?
Sono solo un diario segreto.

sabato 6 agosto 2011

Attrazioni

Bastarono due ore di vessazione psicologica perché si convincesse ad affrontarlo.
In cuor suo sapeva che era una pessima idea, ma ormai lo aveva detto. Provò a tirarsi indietro, però non c’era nulla che potesse fare. Glielo aveva promesso.
Così si prese di coraggio e, Lei e il suo ragazzo, si diressero verso la loro meta.
Cosa le faceva provare così tanta paura? Le urla, la vista e soprattutto l’attesa.
Non sapeva esattamente a cosa stava andando incontro, ma poteva immaginarlo. Riusciva a immaginarlo alla perfezione, e Lui non le facilitava le cose. Infieriva anzi con vivide descrizioni di ciò avrebbe provato, sentito e visto. Erano appena arrivati, ma c’era da aspettare. Una lunga fila di persone attendeva per provare la stessa identica sensazione di terrore. Lei aveva sempre pensato che dentro ogni singolo essere umano si celasse una certa dose di masochismo, ma quella ne era la prova più palese. Si rendeva conto che anche il suo, in quella situazione, era entrato in movimento. La fila scorreva lenta, tuttavia ad ogni passo che i due compivano il battito del suo cuore accelerava. Si avvicinava inesorabilmente verso l’obiettivo. Dalla sua posizione poteva vedere lo svolgersi dell’azione. Aveva visto da vicino tre o quattro gruppi, di circa quindici persone ognuno, affrontare con spirito impavido la prova. Non tutti reagivano allo stesso modo, ma alla fine tutti erano elettrizzati, e alcuni lo erano a tal punto da voler ripetere l’esperienza. Sebbene alla fine di essa nessuno fosse rimasto ferito o avesse avuto una reazione eccessiva, nulla di tutto ciò sembrava tranquillizzare Lei. Perché lo stava facendo dunque? Per Lui. Avevano pattuito che se avesse accettato di fare questa esperienza, Lui gliene avrebbe risparmiata una peggiore. La fila continuava ad accorciarsi e a scorrere davanti a Lei, le emozioni diventavano più intense. Era rimasta una dozzina di persone davanti a loro, Lei aveva già tentato più e più volte di dissuaderlo, ma più tentava più le venivano i sensi di colpa.
“E perché mai?” vi chiederete voi. Lui era incredibilmente abile con le parole, la conosceva così bene da sapere dove e come colpire e Lei cadeva ogni volta vittima, seppur consapevole, delle strategie di Lui. Era il loro turno, si disposero ordinatamente dietro delle transenne. Attesero per un brevissimo lasso di tempo l’arrivo della vettura. Quest’ultima era grande e robusta, aveva cinque file da quattro posti ognuna. S’incamminarono per salire su di essa e mentre si appropinquavano sempre più, Lei iniziò a sentirsi davvero male. Il cuore le batteva a una velocità inverosimile, il respiro si faceva più affannoso, la salivazione le diminuiva sempre più mentre la bocca le diventava secca.
– Ho paura, Lui – esclamò Lei, sperando di essere tratta in salvo.
Stavano ormai sedendosi e le sensazioni si acuirono, il panico e il terrore stavano ormai prendendo possesso del suo corpo. Stava per andare in iperventilazione, era ormai seduta e la barra di sicurezza era stata fissata sopra le sue gambe. Iniziò a guardarsi intorno spaesata e spaventata – non ce la faccio, ho paura! – esclamò con voce sottile guardando Lui, che sedeva proprio alla sua sinistra.
– Scendi allora, sei ancora in tempo… – soggiunse teneramente Lui.
– Non fa niente – disse Lei, decisa a reprimere l’ondata di codardia che la stava affliggendo.
– Respira – disse Lui – tranquilla, è tutto ok. Respira lentamente – e le poggiò la mano sulla coscia.
Lei si prese di coraggio, cercò di respirare lentamente. “Respiri lenti e profondi” pensò.
La vettura iniziò a muoversi in avanti a velocità molto bassa. Entrarono all’interno di una sorta di caverna scura, si guardò in giro e scorse sulle pareti debolmente illuminate strani disegni e simboli. Una voce calda e corposa li avvertiva di cosa stavano per affrontare: una paura mai provata. Mentre la vettura avanzava, dei gelidi getti di acqua caddero sui passeggeri. Un acuto urlo si elevò da ogni fila. Tutto rendeva Lei ancora più spaventata. Percorso un breve tratto, la vettura si arrestò, girò su se stessa con un movimento fluido di centottanta gradi e si posizionò su un ascensore. Lei si sentì spiazzata da tale procedimento, non riusciva a capire cosa stesse accadendo, ma quando sollevò il capo tutto le fu chiaro. Deboli raggi di luce filtravano da una strana tenda posta in alto, resasi conto dell’incredibile altezza a cui sarebbero giunti, con un’enorme espressione di stupore guardò Lui intensamente negli occhi. Lo stupore si tramutò repentinamente in orrore. Non poteva credere, anzi non voleva credere a cosa stava per accaderle. Non aveva quasi più fiato nei polmoni, si sentiva soffocare e ancora non era arrivata la parte peggiore, mancava poco e poi… tutto sarebbe finito.
Cercò di controllare il respiro. La vettura era arrivata in cima e poi avanzò, Lei strinse con forza la barra davanti a sé, nella speranza che tale azione l’avrebbe fatta soffrire meno. Rimasero sospesi per un istante brevissimo, immediatamente la vettura si inclinò e iniziò una rapidissima discesa. Ogni singolo passeggero emise, con quanto più fiato avesse nei polmoni, un urlo misto di eccitazione e terrore. Lei esaurì rapidamente la propria riserva d’aria e per un brevissimo intervallo non riuscì a respirare, una terribile sensazione di vuoto le comprimeva lo stomaco mentre l’accelerazione tirava il suo corpo giù. Con tutta la forza che possedeva, tentò di resistere alla forza dell’attrazione gravitazionale, si rannicchiò quasi del tutto su sé stessa finché la vettura rallentò la propria corsa. Erano finalmente giunti nella zona pianeggiante. Allentò la presa delle mani, le sentiva tremare, il suo corpo sussultava.
– Se stai tremando tranquilla, è normale. Anche io tremo… – disse con voce tenera una ragazza che le sedeva accanto.
Si girò a guardare Lui e lo trovò tremante e ridente. Rideva, rideva come mai lo aveva visto ridere. Era tutto eccitato, mentre Lei era semplicemente sconvolta.
La vettura tornò alla posizione di partenza. I due scesero e si allontanarono.
Infine Lei disse – Bene, ho fatto il Jungle Splash! Non chiedermi più di fare il Kamikaze rosso, per ora con le attrazioni più spaventose abbiamo terminato! –.

Nessuna regola

Una finestra. Due finestre. Tre finestre. Una porta chiusa sulla destra.
“Devo trovare al più presto una via di fuga” pensò Simone, “devo riuscire a fuggire da qui, o sarà la fine”.
Si guardò rapidamente intorno , controllò l’altezza a cui si trovava da una delle finestre. Di saltare giù, proprio non se ne parlava. Si sarebbe sicuramente fratturato una gamba o un braccio o una qualunque altra parte del corpo.
“Troppo rischioso” si disse “non ne vale la pena”.
Cercò di trovare velocemente un’altra strada, vagliò attentamente tutte le possibilità. Poi ripensò alle regole fondamentali per la sopravvivenza, gliele aveva esposte il suo migliore amico qualche giorno prima. Era un esperto in questo campo.
Prima regola: evitare il più possibile il contatto visivo.
Seconda regola: fingere di essere impegnato, non troppo o si potrebbe destare qualche sospetto.
Terza regola: mantenere il silenzio, una qualunque parola potrebbe essere interpretata come una sfida.
Quarta regola: tentare con tutte le proprie forze di defilarsi con simulata indifferenza.
“La recitazione. La recitazione deve essere una fondamentale qualità se si vuole avere salva la vita, se si vuole resistere ad una tale tortura”.
Le parole dell’amico gli riecheggiarono nella mente. La paura, il panico, il terrore gli offuscavano i pensieri.
“Dannazione! Non riesco a ragionare, devo riuscirci. Non posso fallire, non posso”.
Continuò a considerare le opportunità. Se avesse provato ad andare via se ne sarebbero accorti tutti. Quest’ipotesi era da scartare.
“Come posso fare? Come?” continuava a rimuginarci su. L’attesa era la cosa peggiore, temeva di sentir pronunciare il proprio nome.
“Simone devi mantenere la calma!” ripeteva a sé stesso “Riuscirai a cavartela, sii forte. Usa il cervello, usa il cervello”.
Fino a quel momento tutto era filato liscio, il nemico non sembrava essersi accorto di lui.
“Evitare il contatto visivo”. Guardò davanti a sé.
“Fingere di essere impegnato”. Prese un libro che si era portato dietro.
“Mantenere il silenzio”. Iniziò a leggere quasi trattenendo il respiro.
“Tentare di defilarsi con simulata indifferenza…” pensò “ Accidenti! Non posso, proprio non posso”. Guardò la porta, era troppo distante. Tornò con il capo sul libro.
Il nemico non si era ancora accorto di lui, avrebbe dovuto resistere solo pochi altri minuti e poi sarebbe stato in salvo.
“Già tre persone sono state incastrate, ne manca solo una… e speriamo che quella non sia io. La tattica sembrava funzionare”.
«Francesco Panucci» disse il nemico.
“È fatta, sono salvo!”
Ma proprio in quell’istante qualcosa andò storto e il nemico focalizzò su Simone la propria attenzione.
«Un momento, Panucci. Tu hai già dato».
Un’atroce sensazione di angoscia lo pervase e il panico gli si dipinse sul volto.
«Simone Tropea, vedo che sei molto concentrato. Perché non ne approfittiamo per fare una bella interrogazione di italiano?» chiese la professoressa.
“Accidenti!” pensò Simone.
Fu in quell’attimo che si rese conto che non esistono tattiche, non c’è mai via di scampo da un professore.
Non esiste nessuna regola.

giovedì 17 marzo 2011

Finché morte non ci separi

Che emozione! È la prima volta che parlo con qualcuno.
Non so se ti arriveranno queste mie parole, ma voglio provarci ugualmente.
Non so quale sia la natura di tutto ciò o da dove nascano tutte queste strane sensazioni. Non ho mai provato nulla di simile in tutta la mia breve esistenza, non so nemmeno se per te, quanto dirò, avrà un senso; so solo che è importante e voglio che tu sappia cosa provo. Finora ho sentito solo la tua voce e nemmeno molto bene, ma mi è sembrata bellissima, così dolce, profonda e piena d’amore… Nel momento in cui mi è arrivata all’orecchio mi sono lasciata cullare e trasportare da quel suono così nuovo e vibrante.
Non so cosa dire precisamente, lascerò parlare il cuore. Saprà certamente cosa dire.
Credo che tu sia speciale e ho la certezza che ti amerò dal profondo, fino alla fine dei miei giorni. Probabilmente non avrò molto da offrirti, se non il mio tempo e le mie attenzioni. Vorrei poterti toccare e vedere, per ora mi limiterò ad immaginare la tua naturale bellezza. So che non sono parole ispirate, poetiche o di grandi autori, ma è quello che so fare.
Ti prometto che imparerò, raggiungerò la perfezione e lo farò per te.
Ti prometto che ti starò sempre accanto, nella buona e nella cattiva sorte. Potrai ferirmi, odiarmi e perfino rinnegare di avermi conosciuto, ma ti amerò per sempre.
Non so immaginare uno scenario in cui non sia così, ti conosco da un mese e già ti amo e tu probabilmente non sai nemmeno che esisto, non ancora.
Ti prometto che quando gli altri ti abbandoneranno, feriranno e umilieranno io sarò lì a sostenerti e quando sarai felice o avrai un successo io sarò sempre lì, a condividerlo con te. Non sarò come tutti quegli uomini che ti hanno ingannato o come l’ultimo, che ti ha strappato via l’amore.
Ti prometto che non sarò come loro, perché conosco l’amore vero e lo farò conoscere anche a te. Ma soprattutto, ti prometto che le mie non saranno promesse vane, parole vuote pronunciate solo per riempire un silenzio, dal sapore dolce e una consistenza eterea, impalpabile. Le mie promesse le rispetterò e farò in modo che te ne renda conto.
Saremo solo io e te, e ci ameremo, e staremo bene insieme.
Non sono ancora nata, mamma, ma ti prometto che avremo una vita piena e saremo sempre nostre, se lo vorrai.
Ti voglio bene mamma e te ne vorrò finché morte non ci separi.

mercoledì 16 marzo 2011

La colpa più grande

«Signore, un uomo chiede di conferire con lei» disse la segretaria con serietà, poi aggiunse con tono di scherno «credo sia uno dei tanti che vuole sporgere reclamo o, forse, vorrà tentare la sorte; vuole che lo mandi via? »
«No, oggi sono di buon umore. Fallo entrare» rispose l’uomo con aria divertita.

« Prego, si accomodi. » disse l’uomo, guardando quella figura imponente dalla carnagione leggermente rossastra. L’ospite si sedette. «Cosa posso fare per lei, signor…?»
«Sai benissimo chi sono» rispose indispettito il Gigante Rosso, poi aggiunse «il tuo tempo è scaduto, sono venuto a riscuotere il pagamento. Tranquillo, non farà male. Prendo anime da quando è sorto il mondo, ho molta pratica e ti riserverò il dolore per quando brucerai nelle fiamme dell’Inferno per l’eternità».
Detto questo si alzò ed estrasse gli artigli, il corpo prese la sua vera forma e il precedente lieve rossore divenne infuocato. Il Mastino Infernale si apprestava a fare il suo prelievo.
«Non così in fretta» esclamò improvvisamente l’uomo.
Il Gigante Rosso si fermò «Cerchi di prendere tempo? Non ti gioverà a nulla. Anzi, prima iniziamo, prima finiamo».
«Caro amico mio, non cerco di prendere tempo. Se avessi voluto farlo avrei fatto una legge. Siediti Lucifero, parliamone con calma».
«Parlare?» chiese l’essere diabolico «Non c’è nulla di cui discutere. Circa vent’anni fa abbiamo fatto un patto, hai firmato un contratto. Ti ho dato tutto ciò che avevi richiesto: denaro, notorietà, potere. Ora, però, il tuo tempo è scaduto e la tua anima mi appartiene, me l’hai venduta! Non si può rescindere un contratto con il Signore dell’Inferno».
« Ci sono due piccole incongruenze in ciò che hai appena affermato» asserì con mesta sicurezza l’uomo « In primo luogo, è vero. Abbiamo stipulato un accordo, ho firmato il contratto, ma hai commesso un piccolo errore. Potrebbero accusarti di negligenza, devi prestare attenzione a certe cose. Come ben sappiamo l’unica moneta di scambio nei tuoi affari è l’anima; ma come posso pagarti con qualcosa che non ho mai posseduto? Avresti dovuto controllare le mie credenziali!». Fece una breve pausa, poi soggiunse « In secondo luogo, credo che avresti dovuto gestire meglio la tua attività, mi hai concesso così tanto potere che ho potuto rilevarla senza alcun impedimento».
«Ma è impossibile!» tuonò Mefistofele «Sono assolutamente certo che può essere acquistata solo da un altro demone, che abbia affermato la propria supremazia sulla mia. Questi tuoi giochetti non funzionano con me e se anche scorre qualche minuto in più, nulla cade in prescrizione con me. Potrai essere riuscito a salvarti dalle condanne terrene, ma alle mie non si può sfuggire».
«Ecco, hai commesso un altro errore. Mi hai sottovalutato, ho perpetrato così tanti crimini in tutti questi anni da farti sembrare, al mio confronto, un umile servitore di Dio» disse l’uomo con tono pacato, rilassato e compiaciuto « Sono riuscito, come hai appena detto, ad affermare la mia superiorità; ho corrotto più anime io in quindici anni di potere che tu in millenni di dominio incontrastato. Rassegnati, il tuo regno è mio. Tu, le tue anime e i tuoi servitori siete miei dipendenti da qualche anno ormai. Credevo ti avessero informato…».
Il Padre del Male scoppiò in una sonora risata e poi esclamò « Sei bravo! Ti avevo quasi creduto. Non ricordavo di averti concesso anche il talento della recitazione. Lo hai forse dalla nascita? »
L’uomo si fece scuro in viso, si alzò e si avvicinò ad un piccolo archivio in cui conservava i contratti dei più importanti acquisti di società portati a termine; ne prese uno in particolare.
Si avvicinò alla scrivania e lo porse al Divoratore di Anime, « Non scherzo mai quando si parla di affari».
Il Gigante Rosso impallidì e assunse una colorazione quasi simile a quella di un uomo normale. Non appena realizzò, un’ondata di rabbia furiosa lo adirò.
«Non finisce qui!» sbottò poi Lucifero «Vedrai, riuscirò a impugnare nuovamente ciò che mi è sempre appartenuto e allora la tua anima sarà mia!». Detto questo si diresse verso la porta.
«Buona fortuna!» gli augurò il nuovo Re degli Inferi e con tono di sfida aggiunse «Attendo tue notizie. Oh, dimenticavo, fra tre mesi scade il tuo contratto.»
Lucifero chiuse con forza la porta alle sue spalle e se ne andò. Consultò i migliori avvocati della terra e del sottosuolo, ma anche in quello era stato superato. L’uomo con cui aveva perso il confronto aveva assunto il miglior avvocato dell’intero universo; infatti era riuscito a tenerlo fuori di prigione per almeno venti anni. Qualche tempo dopo tornò con la coda fra le gambe da colui che lo aveva privato di tutto.

«Signore, un uomo chiede di conferire con lei» disse la segretaria con serietà, poi aggiunse con tono di scherno «è lo stesso di due settimane fa, credo voglia ancora sporgere reclamo o, forse, vorrà tentare la sorte. Vuole che lo mandi via?»
«Per carità, sono un uomo d’affari. Lo faccia entrare, concedo a tutti una seconda occasione» finito di parlare si mise a sedere.
«Buonasera» esclamò il Segugio Infernale, con molto rispetto.
«Noto con non poco piacere che i tuoi toni sono cambiati» disse il nuovo dominatore delle anime perdute.
«Cosa posso fare per te?»
«Sono venuto qui per sapere da lei quale sarà la mia sorte una volta scaduto il mio contratto» affermò timoroso guardando il suo nuovo padrone.
«Hai due opzioni, ma ti darò la possibilità di scegliere quale strada intraprendere: puoi lasciare che scada il contratto e subire tutte le torture che per millenni hai inflitto alle anime che hai collezionato; o puoi rinnovarlo fino a…sempre».
«Non posso avvalermi dell’indulto?» domandò speranzoso l’antico fautore di ogni crudeltà.
«Mi dispiace, ma l’ho chiesto troppe volte io. Sarebbe un grave errore condonarti tutte le pene» rispose con sguardo gelido.
«Per favore, il tuo è il popolo della libertà. Lascia che sia libero anch’io. Lascia che diventi parte del tuo popolo» supplicò colui che un tempo era la primaria fonte del dolore.
«Non hai bisogno di supplicarmi. Sei già un membro del mio popolo. Il mio popolo è libero di adularmi, di obbedirmi, di assecondare ogni mio capriccio. Il mio popolo è libero di sostenermi, di farsi corrompere dalle tentazioni che provengono dalla mia persona, è libero di diffondere solo le mie idee, è libero di soffrire per mano mia. Il mio popolo è libero di essere mio, e così tu. Come puoi ben capire sei già parte integrante del Popolo della Libertà». Fece una breve pausa per dare alle parole il tempo di sedimentare nella mente del suo dipendente più capace. Infine, aggiunse pacatamente «Hai una settimana di tempo per decidere cosa vuoi fare del tuo destino».
«Non ho bisogno di una settimana di tempo, ho già fatto la mia scelta» non credeva alle parole che stava per pronunciare, ma deciso esclamò con voce ferma «Tra un’eternità al tuo sevizio e un’eternità nel bruciore delle fiamme dell’Inferno, scelgo casa mia. Scelgo l’Inferno, perché servire te per la mia infinita esistenza sarebbe più atroce di ogni tortura e dolore che potrò mai patire nel mio antico regno». Detto questo si congedò pronto a scontare le sue pene.