martedì 22 gennaio 2013

Un lavoro d'altri tempi.


È proprio vero. La crisi è arrivata per tutti. Prima adoravo il mio lavoro, si guadagnava bene. È così che sono riuscito a costruirmi una vita. Ho dovuto fare tanta gavetta, mi venivano affidati i lavori più pericolosi. Rischiavo la vita giorno dopo giorno, notte dopo notte. Sempre in mezzo a delinquenti di ogni specie e taglia, ma è il mio lavoro e l’ho sempre svolto con passione e diligenza. Ne ho prese tante e ne ho anche date tante, alcuni li ho perfino acciuffati e tolti dalla piazza, anche se a volte ho dovuto attendere anni per riuscirci. Il mio è un lavoro di pazienza, bisogna studiare le mosse dell’avversario e agire nel momento più adatto. È stato difficile i primi tempi, ma sono un tipo sveglio, imparo in fretta e ho fatto velocemente carriera. Le promozioni sono fioccate l’una dopo l’altra e di volta in volta sono riuscito a guadagnare sempre più. Sono passato dall’azione sul campo al lavoro d’ufficio. Sono arrivato agli alti livelli dirigenziali e poi mi sono messo in proprio. A quel punto ho deciso che potevo anche metter su famiglia, non rischiando la vita ogni minuto ho pensato che fosse quello il momento perfetto per prendere moglie e avere una prole numerosa. Così ho incontrato una bella, bellissima donna, una di quelle vecchio stampo: votate ai figli e alla famiglia, non una ragazza con tutte quelle strane idee in testa sull’emancipazione della donna e sulla parità dei sessi, ma una ragazza di sani principi. La pensiamo esattamente allo stesso modo. Io mi guadagno la “pagnotta” e lei gestisce la casa e i figli. Non credete però che solo perché sono un uomo di antichi valori, tratti male la mia donna. Anzi, la tratto come una regina. Ho comprato una villa con giardino e piscina solo per lei. A me non interessano tutte queste cose, ma a lei sì così ho provveduto a darle la casa dei suoi sogni.
Filava tutto liscio, vivevo una vita tranquilla finché i miei sottoposti non hanno iniziato a portare sempre meno. Le informazioni che raccoglievano per portare a termine i lavori e concludere gli affari erano sempre più scadenti e inaffidabili. Ogni volta che chiedevo loro per quale motivo fossero stati così inetti, la risposta che ottenevo era sempre la stessa. “Colpa della crisi”. Secondo loro nessuno si fidava più di nessuno, per questo le informazioni che ricevevano erano incomplete o incongruenti. Io rispondevo loro che la crisi non esisteva, né quella economica né quella sociale, che era solo un’invenzione e che la “crisi” ce l’avevano loro in testa, ma continuavano a portare sempre meno. Così ho iniziato a farli fuori uno dopo l’altro, pensavo mi stessero raggirando e derubando.  Anche i nuovi assunti però portavano davvero poco, credevo fosse l’inesperienza e feci fuori pure loro. Assunsi degli esperti nel campo, gente veramente competente e quando anche questi “maestri del colpo” vennero da me a mani quasi vuote, capii che i tempi d’oro erano finiti e che mi toccava di nuovo scendere in campo. Non potevo più permettermi di pagare i dipendenti, chiusi l’azienda e tornai alle origini. Ripresi il mio lavoro d’un tempo, dovevo ricominciare da capo. Mi diedero il turno di notte.
Scoccata l’ora, diedi un bacio a mia moglie, abbracciai stretto mio figlio, presi la macchina che mi avevano assegnato e partii per il giro di ricognizione.
Mi avevano assegnato un brutto quartiere, uno dei più difficili da gestire. Strade larghe, gente diffidente, ragazzini curiosi e amanti della vita notturna. Feci così il primo giro, individuai la posizione delle case e delle botteghe. Feci il secondo giro, mi guardai intorno per capire quali potessero essere le zone più a rischio e le scartai. Feci il terzo giro e notai una certa calma, mi rasserenai e pensai che sarebbe stata una nottata tranquilla. Feci il quarto giro e vidi un gruppetto di quattro ragazzi, tutti minorenni, sostare davanti ad un tabacchino. Si guardavano intorno con aria sospettosa e guardinga, così decisi di accostare poco più in là per tenere sotto controllo la situazione. Si assicurarono che nelle vicinanze non ci fosse nessuno che potesse vederli, dopodiché con aria più rilassata si fecero qualche cenno d’intesa e uno di loro mise una mano in tasca. Il ragazzo frugò un po’ al suo interno. Pregai il cielo di non essere costretto ad entrare in azione. Infine tirò fuori un accendino e un pacchetto di sigarette. Aspettavo che portassero a termine la loro marachella, ma sembrava ne avessero ancora per un po’, così feci un altro giro. Tornato di nuovo nello stesso luogo mi accorsi che i ragazzi  erano andati via, regnavano pace e tranquillità e accostai. Rimasi qualche minuto seduto in macchina a controllare ulteriormente la zona e quando mi fui assicurato che fosse tutto in ordine scesi dalla macchina. Mi avvicinai a passo svelto, sempre guardandomi intorno, alla saracinesca abbassata della ricevitoria. Studiai per qualche attimo la serratura e poi la scassinai in assoluto silenzio. La alzai a metà e mi introdussi nel locale. Mi sentivo un po’ arrugginito, non ero più abituato ad andare in prima linea. Aprii velocemente e nervosamente la cassa, ma era vuota. Le cose erano cambiate, quando ero giovane la gente tendeva a lasciare un po’ di soldi nella cassa per ritrovali il giorno dopo all’apertura del negozio. Era un’abitudine che mi era sempre piaciuta, ma anche le abitudini cambiano. A quel punto mi ritrovai costretto a dover fare rapidamente incetta di quante più cose possibili. Presi tutti i gratta e vinci e quanti più sigari e sigarette possibili, molto apprezzati nel mio ambiente e per non tornare a mani vuote da mio figlio mi riempii le tasche di caramelle. Fatto ciò uscii, salii in macchina e me ne andai. Due giorni dopo uscì la notizia del furto sui giornali locali. Non erano state lasciate le benché minime tracce. Il bottino era stato molto magro, ma ebbi almeno la soddisfazione di non aver perso lo smalto.
Fu tornando sul campo che capii di aver sacrificato tante vite per nulla, che i miei dipendenti non mi avevano mentito e che la crisi esisteva davvero. La gente non si fidava più di nessuno. La crisi era reale, era arrivata ed era arrivata per tutti.
Cercai così di racimolare quanto più possibile anche nelle case, ma la gente non teneva più oro né soldi sotto il materasso. L’oro era stato già impegnato e i soldi erano stati spesi per pagare i debiti. Non c’era più niente da rubare.
Realizzai così che anche il mio settore era in declino. Il mio era ormai diventato un lavoro d’altri tempi.   

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